E poi qualcuno pensa male...

20 novembre 2008

Che alcuni buoni cittadini italiani non vedano di buon occhio negri, puttane, zingari, accattoni e altri soggetti poco presentabili nelle piazze delle nostre belle città è comprensibile, come ci spiegano sociologi e psicologi. Certo, non tutti abbiamo la medesima apertura culturale e, sul piano psicologico, c’è chi sconta traumi infantili (o adolescenziali), suscitati dal babau, dall’uomo nero, dallo zingaro che ruba bambini, dal fannullone scioperato... e chi più ne ha più ne metta.
Tutte ipotesi sacrosante. Ma gratta gratta, dietro a queste antipatie, si scoprono interessi molto meschini, che svelano la natura di classe della nostra società e dei suoi esponenti politici.
Facciamo un esempio.
In tempi non sospetti (estate 2007), con un governo di centro-sinistra, in un comune retto storicamente da una giunta di sinistra, parliamo di Firenze, l’assessore alla «sicurezza sociale» Graziano Cioni (ex senatore Sinistra Democratica-Ulivo) scatenò una campagna contro mendicanti e lavavetri. Senza fatica, si scoprì presto che i lavavetri in tutta l’area comunale fiorentina erano una dozzina o poco più.
Allora il Cioni (come direbbe Benigni) non era incalzato dall’esempio padano dei Maroni, Borghezio, Boso & Co. Ma allora, quale era il motivo di tanto accanimento contro poche decine di poveri cristi?
Il tempo è galantuomo (a volte).
Il 18 novembre 2008, il Cioni Graziano e l’assessore all’urbanistica del Comune di Firenze, Gianni Biagi sono stati perquisiti dai carabinieri del Ros. Il motivo? Sembra che ci siano irregolarità nell'investimento connesso allo sfruttamento urbanistico dell’area di Castello, circa 80 ettari di terreni situati alla periferia nord di Firenze, di proprietà del Consorzio Castello, un’impresa riconducibile al noto imprenditore Salvatore Ligresti.
I particolari di questa squallida vicenda non ci interessano. Li lasciamo alla magistratura borghese.
Quello che emerge è la diffusa protervia di una banda di speculatori immobiliari, di destra e sinistra, che tenta in tutti i modi di difendere i propri interessi, a scapito degli strati più deboli della società. Costoro, per valorizzare investimenti immobiliari, ai quali sono direttamente o indirettamente legati, non esitano a dare il via a campagne razziste. Campagne che in alcune circostanze hanno assunto toni di veri pogrom per esempio contro i rom, come fece l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni nel novembre 2007, dopo l’assassinio di Giovanna Reggiani.
Venendo a Milano, sono evidenti gli interessi che la giunta Moratti ha nel progetto immobiliar-speculativo legato all’Expo2015, che vede in prima fila i Ligresti, i Tronchetti Provera, gli Zunino, la bada FIAT e compagnia cantante. Per ora, sono meno evidenti gli interessi che legano i singoli esponenti della giunta a questo progetto immobiliar-speculativo.
Per esempio, tra costoro c’è Riccardo De Corato, il vice sindaco con delega alla Sicurezza, che è in prima linea nelle campagne razziste. Non lo sappiamo, ma forse costui potrebbe avere qualche interesse immobiliare nella zona Loreto-Abruzzi, alla quale rivolge una particolare attenzione. Gratta gratta e, forse, salterà fuori. Come sono saltati fuori quelli del Cioni Graziano a Firenze.
E forse, ma questa è un’illazione, si scoprirà che Riccardo De Corato ha qualche interesse anche nelle imprese che si dedicano a cancellare i graffiti dai muri, con una bella spesa per i contribuenti di Milano... E per finire, le mille telecamere installate a Milano, a chi servono? E chi le paga?
Con metodo, segui la filiera degli interessi, e scopri l’origine delle campagne razziste.

 

                                                                                     D.E.

INCIDENTE SUL LAVORO

12 novembre 2008

Mercoledì 11 novembre, a Cividate Camuno (Brescia) l’operaio Luci Hamit (di origine albanese) ha ucciso, colpendolo con un tubo di ferro, il padrone, Maurizio Ricchini, titolare della T.T.R., azienda specializzata in trattamenti termici dei metalli. Erano quasi le 11 di mattina. I compagni di Hamit non si sono accorti di nulla, perché erano assordati dal rumore dei macchinari.
Qual è la causa dell’omicidio? Da quanto dicono giornali e televisione, sembra che il titolare avesse rimproverato l’operaio con pesanti insulti e minacce («Ti licenzio, ti rimando al tuo paese!»), per un lavoro non eseguito alla perfezione. E sembra che non fosse la prima volta, tanto che si parla di accanimento, ovvero di «mobbing». Nessun razzismo, quindi, bensì il «normale» atteggiamento di un padrone verso un operaio.
In paese, definiscono Maurizio Ricchini un po’ «brusco» e Luci Hamit un operaio «serio». Ma oggi non basta essere operai «seri», quando i padroni diventano sempre più «bruschi».
La T.T.R., come molte fabbrichette, deve fare i conti con la crisi, con una concorrenza sempre più spietata e con le banche che restringono i crediti. Per sopravvivere, ai padroncini come Ricchini non resta altro da fare, che accanirsi contro gli operai, gli unici che producono la ricchezza reale. E allora, qualche incidente sul lavoro può colpire anche i padroni.

 

                                                                                       D.E.

We Can Do It!

10 novembre2008

Nulla di nuovo sotto il sole degli States

 

La campagna elettorale che ha visto il successo di Barak Obama ha sfruttato il vecchio leit motiv We Can..., che era stato usato durante la Seconda guerra mondiale, per sostenere la produzione bellica. In quegli anni, quasi cinque milioni di cittadini americani (in buona parte proletari) furono inviati a combattere nel Pacifico e in Europa. Di conseguenza, la produzione industriale fu affidata soprattutto alle donne, e a loro fu rivolta una pressante campagna pubblicitaria, per invitarle a un maggiore impegno nello sforzo bellico.
Erano gli anni della grande depressione, dopo la crisi di Wall Strett del 1929.
Oggi siamo in una situazione molto simile, se non peggiore, e le prospettive avanzate da Obama sembrano replicare quegli anni di lacrime e di sangue.
Anche negli slogans: We Can Do It!
La differenza?
Allora gli States di Roosevelt usarono questo slogan quando entrarono in guerra.
Oggi gli States di Obama lo fanno prima. Ma in guerra lo sono già....



                                                                                        d.e.

 

Classi di “inserimento” per alunni stranieri: separarli da piccoli perché si dividano da grandi

4 novembre

volantino contro la riforma della scuola, Pagine Marxiste

 

All’interno del complessivo attacco alla scuola, la Lega ha colto l’occasione per una sua mozione discriminante e fomentatrice di razzismo nei confronti degli alunni stranieri; la Camera ha approvato sia pure per una manciata di voti. Secondo questa mozione l’ammissione in classe dello studente straniero è condizionata dal “ superamento di test e specifiche prove di valutazione”; in caso di insuccesso lo si dirotta nelle classi di inserimento.
La mozione della Lega richiama dati di fatto oggettivi (gli alunni stranieri nelle classi sono ormai quasi 700 mila, si concentrano nel Centro Nord e in alcuni quartieri raggiungono  50% dei frequentanti ; in Italia sono presenti circa  170 nazionalità, eterogeneità che rende più complicato l’inserimento)
   Lo Stato italiano ha reagito all’aumento esponenziale degli alunni stranieri nelle classi con la politica dello scaricabarile:  ampie e generose indicazioni pedagogiche e morali, pochi mezzi. In altre parole, ha “scaricato” la soluzione dei problemi sulle scuole e le comunità locali, che hanno reagito con maggiore o minore sensibilità, professionalità e accoglienza.
   La Lega può così avere buon gioco a raccogliere e utilizzare le paure di una parte dei genitori: la presenza degli stranieri inciderà negativamente sul rendimento scolastico degli alunni italiani? Diventeremo “minoranza in casa nostra”? Perderemo la nostra “identità culturale”? Paure comprensibili nei singoli individui, ma da respingere come risposta collettiva.  Ma la Lega raccoglie anche il senso di solitudine e la frustrazione dei docenti.
   È inaccettabile che la Lega mascheri la volontà di creare classi ghetto con la dichiarazione che la proposta mira al “successo scolastico degli alunni stranieri”. E non meglio fanno coloro che negano il problema o sostengono che va bene come funziona adesso.

Alla faccia dell’ipocrita immagine di una Italia accogliente che anche certa sinistra tende ad accreditare, i ghetti erano una pratica diffusa nell’Italia degli anni ’70: nelle classi “differenziali” del Nord finivano i ragazzi meridionali o veneti, quelli con handicap più o meno grave, i ragazzi difficili o semplicemente i poveri.  Gli studenti di queste classi raramente proseguivano gli studi. L’Italia ancora si trascina come una palla al piede la modesta scolarizzazione della sua forza lavoro. Oggi spesso gli immigrati adulti, i cui costi di formazione sono stati sopportati da altri paesi, hanno un titolo di studio più alto degli italiani. Ma non si vuole che i loro figli acquisiscano, assieme ai nostri, un’istruzione adeguata.

   La mozione della Lega propone anche di limitare il numero per classe di quei ragazzi stranieri che non si possono escludere. Ma perché ci sono classi in cui gli studenti stranieri sono così tanti? Talvolta è una scelta degli istituti o, più spesso, perché i ghetti esistono nelle condizioni abitative prima che nella scuola. Ed è profondamente ipocrita sottacerlo. La segregazione è un fattore sociale prima che etnico, linguistico o religioso. E si vuole separare i bambini per impedire che si conoscano e solidarizzino da grandi.
Non a caso l’educazione separata è diffusa in Gran Bretagna, l’esclusione dalla classe se non si sa la lingua vale in Germania. In Francia si è tentata la via dell’integrazione a scuola, ma l’esistenza di ghetti abitativi e la discriminazione nelle opportunità di lavoro ha fatto scoppiare la rivolta delle banlieues.

Una condizione di esclusione e di supersfruttamento dell’immigrato, di prima seconda e terza generazione, giova a chi nella divisione dei lavoratori e dei loro figli vede uno strumento di controllo e di profitto.  Ieri la divisione da sottolineare e utilizzare era fra lavoratori del nord e lavoratori meridionali, oggi fra lavoratori italiani e stranieri.

Insieme a scuola oggi, insieme per difendere le condizioni di vita e di lavoro domani !

MARX NON E' SUPERATO A WALL STREET

26 ottobre 2008

Il capitalismo non crolla.
Non crolla da solo, almeno.
E’ necessario buttarlo giu’, con la forza.
Anche di fronte a crisi devastanti, per estensione ed intensita’, il capitalismo,
a costo di gettare l’intera umanita’ ancora nella guerra,
risorge dalle proprie ceneri, come l’araba fenice.
Ad ogni crisi subentra una ripresa, di solito su scala allargata,
e di solito coperta da una “nuova” ideologia.
Non bastano le crisi o la diffusione mondiale del proletariato a superare il capitalismo.
Indispensabile e’il terzo elemento, che, analizzando il corso mondiale
delle lotte di classe e le contraddizioni interimperialistiche, le indirizza,
le rende incompatibili e le scioglie in senso rivoluzionario:
l’organizzazione autonoma di classe.

 

Il capitalismo non crolla.
Non crolla da solo, almeno.
E’ necessario buttarlo giu’, con la forza.
Anche di fronte a crisi devastanti, per estensione ed intensita’, il capitalismo,
a costo di gettare l’intera umanita’ ancora nella guerra,
risorge dalle proprie ceneri, come l’araba fenice.
Ad ogni crisi subentra una ripresa, di solito su scala allargata,
e di solito coperta da una “nuova” ideologia.
Non bastano le crisi o la diffusione mondiale del proletariato a superare il capitalismo.
Indispensabile e’il terzo elemento, che, analizzando il corso mondiale
delle lotte di classe e le contraddizioni interimperialistiche, le indirizza,
le rende incompatibili e le scioglie in senso rivoluzionario:
l’organizzazione autonoma di classe.

• Ogni disastro finanziario e’ immancabilmente preceduto dalla “bolla” ( nell’attuale crisi risalente alla scorsa estate ), cioe’ un periodo di eccessi speculativi ( lassismo monetario-crediti facili-idea del rialzo infinito e di quotazioni eternamente crescenti per determinati investimenti ).
• Ad ogni crac segue la fase ( come l’attuale) delle riforme di sistema, della riscrittura di nuove regole, della “governance” ad imporre sostegni, divieti e controlli sul mercato e sui flussi monetari e finanziari.
• Appena ri-scritte le nuove leggi, appena ri-aperte borse e sedi del riequilibrio mondiale, appena approntati gli strumenti per la governance internazionale, il mercato impone di nuovo la liberta’ delle sue leggi votate esclusivamente al massimo profitto.

E’ chiaro che ogni “soluzione” di sistema conduce inevitabilmente verso la prossima “bolla”, probabilmente piu’ grande per entita’ topografica, piu’ estesa geopoliticamente, piu’ veloce nella sua diffusione, piu’ difficile da affrontare e curare.

Ogni crisi e’ diversa da quelle precedenti seppur tutte contengono gli stessi tratti di fondo, verificandosi pero’ in momenti storici diversi.
Ecco perché non sono proponibili paragoni con la “grande crisi del 1929”, scoppiata sempre in America, ma in un mondo diverso.
La potenza tecnologica U.S.A., cosi’ come la capacita’ produttiva sono incomparabilmente superiori a quelle degli anni ’20 e, quel che segna la differenza, e’ il massiccio intervento dello stato per arginare la crisi.
Lo stato ( quello che nella dottrina Reganian-liberista era “il problema” ) oggi decide di salvare il mercato, gettando pero’ sul proprio bilancio un peso monetario cosi’ enorme da rischiare il tracollo.
L’altro elemento decisivo che connota l’originalita’ di questa crisi e la differenza con le altre e’ l’irruzione sulla scena economica delle grandi potenze asiatiche, accelerata dalla globalizzazione.
Quest’aumento esponenziale dei competitori sul mercato aumenta le interdipendenze e ne complica la capacita’ di “governarle”, alla faccia delle chiacchiere su presunti governi mondiali dell’economia.

Dal crollo al rischio di tracollo, l’attuale crisi di finanziarizzazione mondiale si inserisce in un mondo profondamente diverso rispetto agli anni della “grande depressione”, caratterizzato di certo dalla fine del “secolo americano” e dall’inizio del proprio relativo indebolimento nello scacchiere planetario a favore di uno spostamento del baricentro economico e di potenza e sviluppo ad est.

Rispetto alla crisi, se c’e’ chi si indebolisce, c’e’ chi si rafforza, chi cerca di difendersi, e chi, come l’Europa, coglie l’occasione per accelerare il proprio processo di integrazione continentale, proponendosi nel ruolo di futuro regolatore del nuovo mondo pluripolare ( vedasi la spinta di Sarkozy su una prossima possibile Bretton Woods 2 ).
Quindi, se da un lato il G8 si allarghera’ alle “officine del mondo” asiatiche e sudamericane
( India-Cina-Brasile ), dall’altro la U. E. reagisce compiendo un altro passo verso il coordinamento delle “sovranita’ monetarie nazionali”.
D’altra parte, non e’ la prima volta che succede.
Senza le gravi crisi valutarie del passato, i governi e le banche centrali non avrebbero prodotto la Banca Europea e l’intero sistema monetario dell’euro.
E’ chiaro che la crisi e’ una “schiuma sull’onda” che abbonda quando il mare capitalistico e’ in tempesta, e la tempesta affonda qualcuno ma salva qualcun altro, futuro padrone quando il mare si calmera’.

E quando il mare si calmera’avremo probabilmente una redistribuzione mondiale del potere ed una riforma-adeguamento degli strumenti internazionali di equilibrio,controllo e regolazione.
Quando il mare si calmera’ avremo finalmente il nuovo, affollato quadro del “mondo nuovo” multipolare, ancora piu’ capitalistico, complicato, competitivo.

C’e la crisi e c’e’ l’uso della crisi: elettorale ( come negli U.S.A.) ed ideologico ( riaffiora lo scontro tra dirigismo-statalismo e liberismo imperialista ).
Come sempre, le ideologie sono il riflesso, la falsa coscienza del movimento reale profondo delle societa’; cosi’ come il ritorno del “keinesismo corretto” tenta di correre in soccorso dell’ex occidente Reganiano, il “grande balzo in avanti” dell’est giustifica e moltiplica le spinte competitive liberiste.
Noi pensiamo che liberismo e statalismo siano carte intercambiabili usate e corrispondenti a determinati momenti di crisi, di sviluppo e di lotta di classe in regime capitalista.

Noi siamo contro tutte le ideologie padronali ( oggi comunque in crisi ) , siamo contro il liberismo come contro lo stato-padrone perche’ crediamo che la forma giuridica dell’appropriazione di plusvalore non ne intacchi la propria sostanza basata sullo sfruttamento del lavoro salariato.

L’ineliminabile ciclicita’ delle crisi diventa nell’attuale planetizzazione capitalista crisi perenne, costante, imposta dall’impossibilita’ tendenziale dell’esportazione della contraddizione di sistema; al contempo, gli strumenti della corruzione ideologica e della mediazione politica mostrano la corda.
Il riformismo, e la sua storica utopia “regolatrice”, si dimostra arma spuntata sia per la borghesia che per il proletariato.
Le classi sociali, sempre piu’ internazionali, sono una di fronte all’altra, con il loro numero ed il loro rapporto di forza: la borghesia, dilaniata dalla competizione interimperialistica, e’ alla ricerca di una fuoriuscita dalla odierna crisi di finanziarizzazione attraverso una generale ristrutturazione di comando e la conquista di un nuovo sistema di equilibrio di potenze; il proletariato, ingigantito dalla propria concentrazione metropolitana, irrobustito e contaminato dalle enormi iniezioni migratorie interne ed internazionali.
In questa situazione di impasse storico dove sembra tutto sia perduto, in cui la borghesia si prepara a riproporre la “risolutiva” barbarie della “distruzione per la ricostruzione” ed il proletariato non riesce a tramutare il proprio numero in forza ed organizzazione, occorre andare oltre la fallace apparenza delle cose, tornare al movimento reale che inevitabilmente lavora per la nuova societa’ del futuro.

In Italia, il riverbero della crisi delle ideologie produce la semplificazione bipartita del sistema politico, sancendo la morte della sinistra alternativa di stato.
Inutili sono i tentativi “plurali” della sua riesumazione reiteratamente tentati dagli agglomerati polici movimentisti, ancora alla ricerca maniacale di una qualche sponda perduta.
Contemporaneamente, a fronte delle determinazioni e dei vincoli Europei in materia normativo-contrattuale, si svuota progressivamente ruolo e possibilita’ di utilizzo operaio del solo terreno trattativistico, relegando all’autoreferenzialita’ comatosa esperienze pur importanti di sindacalismo autonomo e di base, comunque sconfitte nella scommessa concorrenziale col sindacalismo di stato.
Gli operai sono soli di fronte alla progressiva precarizzazione del lavoro e dell’intera vita sociale.
Il proletariato e’ solo e deluso dalle mille promesse di destra, sinistra, di governi e sindacati.
Uno stato della psicologia di classe certo prodotto degli sfavorevoli rapporti di forza che, pur nel prolungarsi del lungo ciclo di passivita’ sociale, lasciano intravvedere alcune possibilita’ di trarre riflessioni e conseguenze operative frutto piu’ delle recenti sconfitte che di inesistenti vittorie.
La realta’ profonda ci consegna nuclei ed individualita’ di classe ormai scevri dalle ideologie borghesi della “rappresentanza democratica”, da quelle opportuniste della “sponda istituzionale”ed in rotta con l’inutile vertenzialismo a perdere .
Questi nuclei e queste individualita’ stanno lentamente tornando all’attualita’ed alla maturita’ della soluzione rivoluzionaria.

Occorre dare una risposta adeguata a questa necessita’, che eviti tanto l’estetica dell’ennesimo partito comunista precotto quanto quella di un qualche assemblaggio intermedista.
Occorre una risposta all’altezza dei tempi, che rompa con forme, scadenze e rituali di un mondo passato, per riconnettersi al movimento reale che supera lo stato di cose presenti.

I cantori della “fine della storia”, della “pacificazione”e del “pensiero unico”sono serviti: non hanno previsto la crisi, non se la sanno spiegare, non ne intravedono la cura ne’ tantomeno la fine.
E’ una fase storica di passaggio verso la “nuova epoca”del pianeta capitalista in cui urge una bussola che ci orienti tra le novita’ e le contraddizioni crescenti, tra la maturita’ della rivoluzione e l’insufficienza della soggettivita’ antagonista.

Ci serve una teoria, ed una organizzazione, per l’azione!
Dopo il “secolo americano”, il secolo di Marx.
Alla faccia delle soffitte, e dei becchini.

 

                                                                                       Combat      combat@controappunto.org

 

In vista dello sciopero del 17 ottobre

16 ottobre 2008

Lo sciopero non è un punto di arrivo

 

Il nuovo governo Berlusconi, agli elementi di continuità con il precedente ha aggiunto nuove introduzioni di politica economica legata al mondo del lavoro, che si pongono come un'ulteriore erosione dei diritti dei lavoratori; l'attacco al pubblico impiego rappresenta solo una parte di questa politica.
Premettiamo sin da subito che ci guardiamo e guarderemo dall'appoggiare ogni tipo di revanchismo politico dell'ex-sinistra parlamentare, inclusi tutti quei doppiopetto rifondaroli che oggi, con la pseudo-svolta Ferrero cercano di riciclarsi a sinistra di lotta, loro che di lotta non sono mai stati, naturali frequentatori di salotti televisivi, di aule parlamentari, di compagnie che nulla hanno a che fare con il mondo dei lavoratori. Non tiferemo neanche per una ripresa del defunto movimento ( leggasi no-global, disobbedienti e compagnia) che negli anni passati ha prima sbeffeggiato,poi civettato infine convissuto amorevolmente con la cosidetta sx radicale, in un rapporto fatto di quattrini, voti e copertura istituzionale.
Se questa volta rispetto al precedente governo, i sindacati confederali (anche se c'è all'orizzonte una ripresa della mobilitazione dei sindacati tricolore, a partire dal settore della scuola) hanno tenuto un basso profilo, i sindacati di base medi, piccoli e microscopici, che riproducono tutti  le logiche dei sindacati più grandi, provano a mobilitare la propria area di riferimento.
Niente di nuovo. Ci siamo abituati negli anni, a innumerevoli scioperi generali, pubblicizzati come scioperi spallata o di ripresa delle lotte rivendicative dei lavoratori. Ma quasi sempre purtroppo non sono riusciti nè ad incidere nelle dinamiche politiche nazionali, nè a spostare sul terreno della lotta di classe significativi numeri di lavoratori.
Apprezziamo e guardiamo tuttavia con favore allo sciopero del 17 ottobre se questo può significare estendere e far conoscere legittime rivendicazioni a quanti più lavoratori possibili, e che favorisca un'inasprirsi di tutte le dinamiche di concertazione e collaborazione aziendale che il padronato non fa che ripetere a pappagallo.
Il 17 saremo presenti, portando le nostre posizioni, ma avendo chiari alcuni aspetti; un'accelerazione della lotta di classe di ampio respiro, non può derivare da proclamazioni di scioperi generali ( in questo caso stiamo parlando sì di uno sciopero generale, ma che riguarda una parte ridottissima di lavoratori, quelli iscritti al sindacalismo di base).
L'altra è quella di lasciare le abitudinarie cavalcate di movimenti, ai volontaristi della politica, e a chi pensa che una lotta anche piccola, si esaurisca dentro una data, una festa, un orario, uno spazio sui giornali quando per noi è impegno costante, militanza, organizzazione.
La nostra lotta, quella rivoluzionaria e comunista, è fatta di un lavoro quotidiano, costante, di presenza sul territorio cercando di creare rapporti sempre più stretti con le realtà che si muovono sulle nostre stesse prospettive. E' una lotta controcorrente, ma non potrebbe essere altrimenti per chi si pone non solo contro un governo, un ministro, una legge, una disfunzione amministrativa, ma contro (integralmente) questo sistema e la classe che lo difende.

 

                                                                                  f.r (Scintilla)

 

Il gioco delle tre tavolette

15 ottobre 2008

Dalla finanza creativa alla truffa globale, per salvare una barca che fa acqua da tutte le parti

 

Sembrava proprio il gioco delle tre tavolette, dove abili ciarlatani cercavano di nascondere i sintomi della catastrofe imminente.
Giulio Tremonti, citando Marx, diceva che «il denaro non produce ricchezza...»
Il papa, citando i Vangeli, diceva che «il denaro è lo sterco del diavolo...».
E così via.
Di fronte al pasticcio, economisti, politicanti e preti starnazzavano che l’attuale disastro finanziario fosse frutto di disinvolte iniziative finanziarie (la famosa finanza «creativa»...), messe a punto da disonesti cialtroni, approfittando di carenze normative.
Ecco allora farsi avanti i «tecnici», pronti a proporre regole e regolette per porre sotto controllo la finanza. Quali regole? Solo l’altro ieri, mentre scoppiavano le speculazioni Enron, Parmalat e bond argentini, per citare gli esempi più noti, il governo USA eliminava quelle misure di controllo sulla Borsa, varate dall’amministrazione Roosevelt, dopo il crollo del 1929. E oggi chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti è del tutto inutile. Quello che è certo è che le misure messe in atto dai governi e dai loro “stregoni” sono medicine che porteranno a maggior centralizzazione del capitale, ad una ulteriore accentuazione della concorrenza, ad ulteriore valorizzazione della forza lavoro, alla blindatura poliziesca degli Stati, all’accentuazione del percorso verso la guerra.

A questo punto, la parola è passata ai «filosofi», che propongono il ritorno all’etica degli affari. Ma quale etica? Negli affari prevale la legge «homo homini lupus» e quindi parlare di etica è un ossimoro, ovvero è una contraddizioni in termini. Basta vedere i comportamenti dei dirigenti economici e politici, nonché degli Stati, che, muovendosi in ordine sparso, cercano di scaricarsi a vicenda le grane. Tra le stesse banche, non vige alcuna fiducia.
Il succo di tutte queste chiacchiere è che tecnici e filosofi cercano di avvalorare l’ipotesi che l’attuale disastro riguardi solo la sfera finanziaria e che l’economia reale, ovvero l’industria, è sana, di conseguenza il sistema è salvo, e quindi è salvo il capitalismo, la cui essenza risiede, ed è vero, nell’industria. Ma le cose non stanno così.

Pericolosi ma inevitabili espedienti
Chi non è affetto da eccessiva miopia sa bene che l’attuale crack ha radici lontane, che affondano proprio nelle difficoltà incontrate dall’industria, ovvero dal processo di produzione materiale, negli scorsi decenni, quando i tassi di profitto (ovvero gli utili) dettero segni di flessione. Per far fronte alle difficoltà di realizzo, i capitali si indirizzarono allora verso la finanza, trovando via via nuove opportunità di guadagno, generate apparentemente dalla creatività degli operatori finanziari. Prendeva così piede un gioco assai pericoloso, ma che negli anni Novanta assicurò ottimi guadagni, anche ad alcuni strati di operai privilegiati, grazie a quella creatività finanziaria, oggi tanto deprecata.
Grattando la brillante patina del boom borsistico, si sarebbe potuto vedere che esso traeva slancio dall’economia reale, ovvero dall’industria, che in quel periodo attraversava una spettacolare evoluzione, che fu definita New Economy.
La New Economy era il frutto delle nuove tecnologie (Information and Communication Technology), in particolare Internet, la cui prodigiosa diffusione alimentò la mitologia della produzione immateriale, che avrebbe aperto nuovi confini per uno sviluppo economico senza frontiere. Ma, a ben vedere, gli spazi economici aperti da Internet riguardarono essenzialmente il campo pubblicitario e commerciale. In poche parole Internet serve per «vendere», non solo tradizionali oggetti materiali ma anche e soprattutto servizi e prodotti finanziari, offrendo in questo ambito possibilità di intervento strepitose, sia in termini di spazio che di tempo, che dettero la stura alla finanza creativa, tenendo a battesimo un nuovo prodotto, i derivati. Di fronte a questo «miracolo», il fantasmagorico mondo della finanza confuse le cause con gli effetti, diffondendo l’illusione che dal denaro potesse nascere denaro.

Sotto la Borsa... il lavoro
Nella realtà, le spinte speculative della borsa traevano il loro alimento dall’economia reale, che allora aveva il suo cuore pulsante nella produzione materiale relativa alle nuove tecnologie informatiche e telematiche (computer, cellulari e relative infrastrutture). Quando, alle soglie del nuovo millennio, i prezzi di quei prodotti cominciarono a calare sensibilmente, senza un’adeguata espansione del mercato, calarono conseguentemente i profitti. L’economia reale si dimostrò inadeguata a sorreggere l’enorme impalcatura finanziaria che su di essa gravava e scoppiò la bolla della New Economy (o meglio della Dot.com). In questi frangenti, i capitali impegnati nei derivati crescevano a dismisura, superando in proporzione «geometrica» la ricchezza prodotta a livello mondiale: prima dell’attuale crack, il rapporto tra il Pil mondiale e i derivati era di 1 a 10! Come dire: uno lavora e dieci guardano, e mangiano.
La crisi di fine millennio avvenne malgrado da più di due decenni fosse in atto un forsennato attacco ai salari, che ha via via svilito il costo della forza lavoro, a tutto vantaggio dei profitti. Per es, dal 1973, la caduta dei salari dei lavoratori americani è stata circa del 20%, contro un aumento della settimana lavorativa dal 10 al 20%, cui fanno da contorno la demolizione del salario sociale totale (il cd. welfare). Contemporaneamente, l’industrializzazione dei Paesi emergenti imponeva condizioni di lavoro e di vita simili a quelle dell’Inghilterra dell’Ottocento.
Ma ancora una volta, gli USA riuscirono a cavarsela. Scaricarono e circoscrissero le conseguenze della crisi, che furono assai devastanti in Estremo Oriente, e contemporaneamente cercarono una nuova via per sorreggere una speculazione finanziaria, ormai lanciata senza freno alcuno, e la trovarono pompando il settore immobiliare (il cosiddetto «mattone»). Ma sono passati i tempi belli in cui si diceva quand le bâtiment va, tout va (quando l’edilizia va, tutto va), considerando il settore edilizio il volano dello sviluppo economico. Quanto è avvenuto negli USA è stata in operazione del tutto fittizia, dal momento che per dare fiato alle costruzioni, il governo favorì la facile concessione di mutui da parte delle banche, e quando una massa crescente di debitori non fu in grado di far fronte ai propri impegni, le Banche trovarono la comoda scappatoia di ricorrere ai «mutui subprime», di cui tanto si è parlato in questi mesi, e di cui sappiamo di tutto e di più. L’espediente si sommava a una disinvolta politica del credito al consumo, che nel 2006 aveva già generato un indebitamento totale pari al triplo del Pil USA. Ma anche in Italia non si scherza: in dieci anni il debito medio delle famiglie è raddoppiato, passando da 60.000 a 120.000 euro; il balzo è dovuto soprattutto all’acquisto della casa.
Come si vede da questa rapida panoramica, la finanza è il detonatore del tracollo, ma la dinamite è l’economia reale.

E l’economia reale soffre
Venendo all’oggi, è una pia (e pericolosa) illusione pensare che il crack possa essere circoscritto alla finanza. La smentita è subito arrivata all’inizio di ottobre, quando la domanda e quindi i prezzi di tutte le materie prime, sia minerali che agricole, hanno cominciato a scendere, in alcuni casi a crollare (rame e caffé), suonando al contempo la campana d’allarme che la produzione industriale è in flessione. È significativo che in pochi giorni la domanda di acciaio sia scesa del 30%.
Ecco alcuni flash su quanto sta avvenendo nel mondo dell’economia reale.
In Germania, modello del capitalismo industriale (secondo uno sciocco luogo comune) l’industria automobilistica (Opel, Ford, BMW) segna il passo.
L’Italia è il paradiso della piccola e media industria, che fin’ora è stata favorita da agevolazioni nel campo del lavoro (art. 18 dello Statuto dei lavoratori, più lavoro nero) e in quello fiscale (agevolazioni più evasione), che le hanno consentito di far fronte alla concorrenza. Ma ora la festa è finita e le piccole imprese devono fare i conti con la generale stretta creditizia e con il maggior rigore delle banche nella gestione del credito, che nei mesi precedenti aveva toccato un livello assai elevato (più 12,4% rispetto lo scorso anno). E tra i grandi, la FIAT auto aumenta la cassa integrazione (sono 4.700 i lavoratori colpiti). In agosto la produzione industriale è scesa del 14,3%, rispetto all’agosto 2007.
In USA, nell’ultimo anno, i risparmi previdenziali dei lavoratori hanno perso circa 2.000 miliardi (quasi tre volte la cifra stanziata dal piano d’emergenza di Paulson). E i giganti dell’auto, GM e Ford, cadono.
La Spagna ha subito ridotto di un terzo i contratti di immigrati, a causa del forte aumento della disoccupazione, eliminando muratori, camerieri, braccianti agricoli e colf. Nel 2005 in Spagna erano arrivati «legalmente» 450.000 immigrati. In Italia, il decreto flussi per il 2008 prevede l’ingresso di 170.000 persone, quota analoga a quella degli anni precedenti.

Chi paga la crisi?
Le misure anti-crisi, o meglio il salvataggio delle banche, richiedono capitali che - poiché come si è visto il denaro proviene dal lavoro - saranno presi dalle tasche dei lavoratori dipendenti, molti dei quali hanno già perso i loro risparmi previdenziali, investiti i fondi bruciati dalla crisi, soprattutto in USA, ma anche in Italia. Il risultato è che un mercato gia asmatico si contrae ulteriormente, e i consumi scendono. A questo punto, i paesi OCSE hanno dovuto rivedere al ribasso le previsioni di crescita del Pil, e si parla di recessione.
L’ultima spiaggia sarebbero allora i Paesi emergenti, in particolare Cina, India, Russia e Brasile, dove è prevista una crescita del Pil del 6%. Ma qui siamo proprio al gioco delle tre tavolette. La previsione di crescita del Pil del 6% risale ad alcuni mesi fa, quando le acque non erano tanto agitate. Oggi diventa del tutto aleatorio avanzare questa previsione, dal momento che i Paesi emergenti hanno realizzato la loro crescita economica soprattutto con le esportazioni verso i Paesi OCSE, dove però il mercato si sta ora contraendo. Infine, per Paesi industrialmente meno evoluti, fortemente dipendenti dall’export di materie prime, il futuro è assai nero, in seguito al forte calo della domanda. E dal gioco delle tre tavolette, si passerà presto all’effetto domino.
Ma le conseguenze non colpiranno gli autori del disastro, i finanzieri creativi, che stanno abbandonando il campo con liquidazioni milionarie.

* Quasi tutti i dati sono tratti dal «Sole 24 Ore» di questi giorni.

 

                                                                                   d.e.

Prima ti ammazzo e poi ti scusi

23 settembre 2008

 

La manifestazione per la morte di Abba del 20 settembre a Milano ha scandalizzato, e preoccupato, la classe politica italiana, che ha sguinzagliato i suoi portavoce della stampa e della televisione.
All’indomani, domenica 21, sono state diffuse presunte scuse a nome della famiglia di Abba, per i presunti incidenti di sabato. Ma quali incidenti? Ma quali teppisti? Una partita di Champion League, con i «simpatici» tifosi del Celtic in stato di ebbrezza, causa ben più danni di quattro motorini rovesciati. Ma business is business! Vero famiglia Moratti? Vero famiglia Berlusconi-Galliani? Stendiamo un velo pietoso sulle vostre «bi partisan» malefatte.
Ho ascoltato più volte la dichiarazione della sorella di Abba e mi sono commosso di fronte alla sua grande dignità.
E che cosa si aspettavano i nostri radical chic? Quelli che vantano un pedigree di «23 generazioni sovversive e antifasciste»... che oggi esistono solo nella fantasia bacata dei lettori di «Repubblica», del «Manifesto» e (forse)  di «Liberazione».
La realtà sociale è ben diversa.
La famiglia di Abba, dopo stenti, fatiche e tante umiliazioni, aveva raggiunto un modesto benessere ed ecco la mazzata: il figlio di 19 anni ucciso come un cane. E di fronte al loro dolore, si sono trovati la pelosa solidarietà di politicanti, di destra e di sinistra, di intellettuali prezzolati e dei soliti preti, che chiedevano la loro sottomissione, in nome di una pace sociale che non esiste.
E se non gli hanno mandati a dar via il culo in modo esplicito, lo hanno fatto, con dignità. Con quel vecchio fair play che i Bossi-Maroni-Borghezio ci hanno fatto dimenticare. E non per caso.
Le cose stanno cambiando e la borghesia non è più quella di una volta. Se prima era fetente, oggi è ancora più fetente... E dobbiamo prepararci al peggio.

 

                                                                            d.e.

 

- La dichiarazione è riportata in:

 

http://www.youreporter.it/view_video.php?viewkey=93bdbd5742235d

cde9d9cc424f311eca

- Per chi non riuscisse ad aprirlo, la sorella di Abdul si rivolge a «quella parte di italiani che ha capito» e li invita a «unirsi tutti insieme per combattere chi è razzista, loro hanno il cervello troppo piccolo...».
E quando un giornalista le riporta le parole della moglie e madre dei due baristi in carcere (la signora Tina Critofoli), secondo la quale «non c'è stata cattiveria nell'uccisione del giovane», la sorella risponde con un secco «no comment».

 

Hanno ucciso un ragazzo per razzismo

20 settembre 2008

Abdul Salam Guibre Abdul Salam Guibre

Domenica scorsa, il 14 settembre, è stato ucciso un ragazzo a Milano. Era un ragazzo originario del Burkina Faso.
Aveva la pelle scura ma su quel pezzetto di carta che si chiama carta d'identità c'era scritto che era cittadino italiano.
Ma agli assalitori questo non importava, e con una violenza vigliacca e meschina l'hanno ucciso per non aver pagato dei biscotti.
Ci sono stati giorni interi di proclami di solidarietà verso la famiglia di Abdul, fiaccolate con in testa il sindaco quasi si dovesse partecipare ad un concorso dell'ipocrisia, partiti che cavalcano l'allarme razzismo solo per dare addosso all'attuale maggioranza mentre dall'altra ci rassicuravano riproponendoci la solita minestra riscaldata riguardo l'assenza del razzismo in Italia, e la favola degli 'italiani brava gente'.
Per quanto riguarda noi, non ci interessa difendere l'italianità di un ragazzo ucciso a sprangate solo perchè ha la pelle di un colore di serie B nella classifica sociale di questo sistema. Anche perchè il diretto interessato a riguardo non può dir nulla perchè è morto.
Non ci interessa richiamare al rispetto di una fantomatica legge superpartes, visto che è la stessa legislazione una causa delle discriminazioni dei proletari immigrati e stranieri, la stessa legislazione che storicamente ha sempre protetto e protegge la classe dominante, e che ha tra le sue principali funzioni proprio quella di salvaguardare gli interessi degli sfruttatori sugli sfruttati.
Constatiamo che la morte di Abdul è un classico fenomeno di razzismo, puro e semplice nella sua crudeltà.  
Non vogliamo scusare nessuno.
Il fenomeno del razzismo lo abbiamo detto più volte è uno strumento in mano alla borghesia per dividere i lavoratori, per trovare capri espiatori, per fomentare guerre tra poveri.
Il tuo nome Abba, come quelli di tanti lavoratori, che sono morti anonimamente cercando di trovare una prospettiva di vita migliore in questa parte del mondo, lo porteremo con noi, rinfacciandolo ad alta voce contro il padronato il giorno che butteremo negli angoli più bui della storia le leggi e l'ordine di questa società infame.

                                                                             Scintilla

 

 

Quando la volpe protegge il pollaio

1 settembre 2008

pubblichiamo un contributo del compagno Dino Erba in merito all'aggressione subita da 4 ragazzi a Roma da parte di un gruppo di vigliacchi colorati di nero

Ma la gallina non è un animale intelligente...

 

Nella calda alba romana del 30 agosto, una squadretta di fascisti ha aggredito e ferito a coltellate quattro giovani. Costoro si trovavano nei pressi del centro sociale «Pirateria», avevano partecipato, davanti alla Basilica di San Paolo, alla commemorazione di Renato Biagetti, assassinato dai fascisti il 27 agosto 2006 a Focene.
Questa aggressione, una delle tante, avviene nel clima di «ordine & disciplina», imposto dalla destra e passato grazie alla furba complicità della sinistra cialtrona di Veltroni, Bertinotti & Co.
Come mai avvengono queste brutte cose?
I fascisti e i democratici sono in perfetta armonia, perché entrambi sono al soldo dei padroni italiani, che oggi hanno una gran paura delle più piccole «trasgressioni», che potrebbero turbare il modo di produzione capitalistico (il loro, che oggi è in grave crisi, e forse sarebbe ora di farla finita).
Per questo motivo:
- I fascisti, come il sindaco di Roma Alemanno, danno via libera alle squadracce.
- La sinistra cialtrona di Veltroni, Bertinotti & Co. predica la «non violenza» (la legalità!) e così facendo disarma la risposta dei giovani proletari, italiani e migranti, che maggiormente subiscono le sopraffazioni del «pacchetto sicurezza».
La «sinistra» parrocchia di Veltroni, Bertinotti & Co. ha perso ogni dignità morale e paga personaggi come il «comico» Andrea Rivera, che (con una gran faccia di merda), di fronte all’aggressione di Roma, non esita a invocare la protezione dei soldati (sì, le ronde, varate dal ministro fascista della guerra Ignazio La Russa...), a favore dei centri sociali.
Costoro propongono di affidare il pollaio alla volpe! Ma allora, dove sta il confine tra l’imbecille e il criminale?
Certamente, forse ci sono centri sociali che sarebbero ben contenti di essere protetti dall’esercito italiano, ma come tutti i venduti, questi centri sociali non avranno un gran futuro, quando la volpe avrà appetito. Ma lo sappiamo, nei pollai ci sono le galline e la gallina non è un animale intelligente...
In altri i centri sociali, quelli più legati ai conflitti di classe, speriamo che ci siano i gatti, che non si lasciano fregare facilmente. I gatti pensano e attuano una vigilanza più determinata, basata sulle proprie autonome capacità di organizzazione e reazione, senza dare alcuna delega alle istituzioni e ai partiti «amici».


                                                                                d.e.

 

Georgia: Scontro interimperialistico sulla pelle dei proletari.

17 agosto 2008

In questo mese di agosto mentre tutto l'entourage parlamentare si gode le sue meritate (?) vacanze e a Pechino si aprivano le olimpiadi, tra farse grottesche, recite diplomatiche e adunate gigantesche, ecco che aerei militari tornano a bombardare civili, proletari, donne e bambini per gli interessi di borghesie sempre più avide e agguerrite.

Cosa ci fa l'esercito nei quartieri?

13 agosto 2008

pubblichiamo  un comunicato (che condividiamo appieno) del Comitato antirazzista milanese riguardo il dispiegamento, verrebbe da definirlo "pubblicitario", di militari in alcune città italiane.

 

E adesso scende in campo anche l'esercito. A Milano, i militari, in presidio e in pattugliamento, verranno dispiegati, tra l'altro, in via Padova, via Imbonati e presso il CPT - Centro di Detenzione Temporanea di via Corelli.

Perù: Sciopero generale contro il carovita

30 luglio 2008

Lo scorso 9 luglio in Perù si è tenuta una delle più grandi manifestazioni tra quelle tenute da una decina d'anni a questa parte. Mobilitazioni di tali dimensioni, in ordine di tempo risalgono al periodo del governo Fujimori (1990-2000) nel corso delle quali ci furono numerosi scontri, sommosse e morti.
Lo sciopero dello scorso 9 luglio è stata convocato inizialmente contro le politiche economiche del governo e sulle promesse fatte in campagna elettorale che esso non ha rispettato.

La finanziaria e le vecchie abitudini della borghesia

25 luglio 2008

La recente finanziaria, (ma vale per tutte) che dovrebbe essere approvata in autunno, apporta delle variazioni ai flussi di entrata (fisco) e di uscita che andranno poi ad incidere nel Pil del Paese.

Cina dalle rivolte alle bombe

23 luglio 2008

da www.peacereporter.net

Il seguente articolo anche se non è redazionale, riporta una parte (molto limitata) della drammatica situazione sociale in Cina; ogni episodio che scuote la popolazione, come già accaduto in passato, è per il governo cinese un potenziale pericolo in grado di minare il suo potere, nazionalista e antiproletario. I lavoratori vedono attraverso la repressione statale, come lo  Stato sia difensore di determinati interessi (tutto fuorchè proletari), l'obbiettivo della repressione del governo è difatti frenare sul nascere ogni possibile rivolta, specialmente proletaria.  (chris -Scintilla-)

Ordigni a bordo di due autobus uccidono tre persone nello Yunnan

 

Il conflitto sociale in Cina sta assumendo caratteristiche sempre più insurrezionali. Ai crimini e agli abusi commessi dalla polizia e dalle autorità locali, la popolazione cinese reagisce in maniera sempre più rabbiosa e violenta. Dopo il moltiplicarsi delle sommosse popolari contro la polizia, ora arrivano le bombe.

Sarkocorico (1)

21 luglio 2008

dall'editoriale dei bollettini di fabbrica "L'Etincelle" pubblicati dalla Frazione di Lutte Ouvrière

Sarkozy ha approfittato del 14 luglio per lanciare il suo grido di vittoria. Storico, secondo lui, il fatto di aver riunito una quarantina di capi di stato e di governo d’Europa, Medio Oriente e Africa del nord, attorno all’ultima trovata : l’Unione per il Mediterraneo. Storico, aver fatto mangiare allo stesso tavolo i leader israeliano e palestinese, siriano e libanese.

Dignità di classe in Turchia

3 luglio 2008

Lo scorso 16 giugno i lavoratori dei cantieri navali in Turchia hanno scioperato per un giorno.
Lo siopero è stato indetto dal 'Limter-İş', il sindacato più rappresentativo della categoria, e dal Consiglio dei lavoratori dei cantieri navali per protestare contro le estenuanti condizioni lavorative e per la mancanza di sicurezza nei luoghi di lavoro.

Uno studio comparato sulle politiche d'accoglienza e sui contratti di integrazione

25 giugno 2008

Politiche di "accoglienza": Olanda, Francia e Regno Unito

Ques'articolo è basato sullo studio comparato effettuato da Virginie Guiraudon, professoressa di Scienze Politiche e Sociali dell’European University Institute e pubblicato nel sito del Real Instituto  Elcano (http://www.realinstitutoelcano.org).

 

Il contratto di integrazione

 

Il termine  “contratto” indica sia i diritti sia i doveri dell’immigrato, fra cui l’obbligo all’integrazione. Tutti i contratti prevedono “corsi di integrazione” e  “percorsi verso la cittadinanza” ed hanno in comune il fatto di considerare l’integrazione come un processo individuale del quale ciascun immigrato è responsabile (soprattutto nel proprio  inserimento nella società e nel fare in modo di non essere più un “peso” per il Welfare).

Qualcosa non c'è più, qualcosa non c'è ancora

lunedì 16 giugno

una libera e contagiosa facolta’ di intendere e di volere.
Finalmente liberi!
Il virus dello scioglimento e’ stato gettato.
Ora, speriamo nel contagio!
L’annuncio di scioglimento dell’assemblea romana del 14 giugno prelude ad una prossima ri-costituzione poltica, in cui l’unica, comune appartenenza sara’ quella di classe.
Il tempo che ci siamo dati, per il necessario rodaggio tecnico-organizzativo della nuova formazione rivoluzionaria, e’ di 5 mesi.
Un’estate ed un autunno in cui approfondire analisi ed inchiesta, e le possibili forme pratiche dell’azione diretta di classe; un’estate ed un autunno in cui sperimentare una discussione nuova, scevra e libera da condizionamenti, ruggini, incrostazioni, scorie e personalismi del passato mondo che non c’e’ piu’.
Proveremo a trasformare le nostre ragioni in forza, ad adeguare la nostra soggettivita’ ai mutamenti prossimi venturi, alla maturita’ del movimento reale.
Poi, un nuovo inizio…..sdegnando di nascondere le nostre intenzioni.

 

coordinamento per l’autonomia di classe-Roma
comitato di lotta Quadraro
coll. “ gatto selvaggio”
compagni di Viterbo
Avamposto degli incompatibili
org. prol. “la scintilla”
ryoot ’77-Civitavecchia
pagine marxiste

 

Il Gatto Selvaggio si scioglie

sabato 14 giugno Area Ingovernabile v. Salaria 971

Il laboratorio rivoluzionario Occupato Gatto Selvaggio è nato l'11 gennaio
del 2006 con la presa di un vecchio casale a Torpignattara, da parte di un
gruppo di compagni, per la maggior parte studenti e giovani lavoratori

precari.

Accelerazioni sociali e compiti immediati

6 giugno 2008

pubblichiamo il Comunicato dei compagni di Roma sull'imminente assemblea del 14 giugno per la costruzione di un soggetto politico unitario

Accelerazioni sociali e compiti immediati.

 

E' empiricamente riscontrabile, dalla difficoltà diffusa ad arrivare a fine mese, un attacco frontale alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato tanto in Italia quanto in tutto l'occidente. Tale attacco, di una asprezza continuamente crescente, è solo l'ultimo effetto di una crisi strutturale, che, a nostro avviso, muove dai primi anni settanta.

Centinaia di lavoratori clandestini arrestati negli Usa

3 giugno 2008

Il 12 maggio 390 immigrati (di cui 314 uomini e 76 donne) sono stati arrestati nello Stato dell'Iowa per il reato di clandestinità. Il reato di clandestinità consiste nell'entrare irregolarmente nel territorio Usa. Così per questi compagni di classe si sono aperte le porte del carcere. Questi lavoratori provenivano per lo più dal Centro America. In particolare 290 lavoratori provenivano dal Guatemala, 93 dal Messico, tre da Israele e 4 dall'Ucraina.

Dalla Francia all'Italia la lotta è una sola: lavoratori immigrati e locali uniti

Pubblichiamo un editoriale dei bollettini di fabbrica pubblicati da Convergences Révolutionnaires, Frazione di Lutte Ouvrière, organizzazione francese internazionalista

26 maggio 2008

Con l´occupazione delle  imprese di pulizia, nell´undicesima circoscrizione di Parigi, entrano nella lotta anche le lavoratrici sans-papiers. In provincia, il movimento comincia a svilupparsi: a Lione, Nantes, Rouen o nelle Alpi Marittime, diverse decine di lavoratori si organizzano.
In seguito alla prima ondata di scioperi dei  sans-papiers, su circa 1000 fascicoli depositati, il governo per ora ha accordato soltanto 150 sanatorie. E il ministro dell´immigrazione ripete che non ci saranno  «sanatorie di massa » . La crescita del movimento potrebbe costringerlo a cambiare tono.

LA SICUREZZA NON C'ENTRA, E' IL SOLITO RAZZISMO!

25 maggio 2008

Dopo una campagna becera contro i rom, alimentata dai media, dalla stampa, dai partiti parlamentari (il razzismo è bipartisan) nell'aver imputato il 'problema criminalità' all'intera etnia Rom, è di ieri l'ennesimo episodio di razzismo compiuto da vigliaccume metropolitano contro immigrati a Roma.

Uno, nessuno centomila...i lavoratori sono tutti zingari!

16 maggio 2008

(pubblichiamo un contributo del compagno Dino Erba sulla campagna razzista contro gli zingari)

Sapevamo che non è facile contare i figli del vento, ovvero gli zingari. Oggi sono qui, domani sono là, e chi si è visto si è visto. Anche perché «essere invisibili» è per loro l´unica possibilità di vita.

I fanalini di coda e gli aiuti "umanitari"

8 maggio 2008

A febbraio, l'Ocse (Organization for Economic Co-operation and Development) ha reso pubblico il rapporto sulla cooperazione allo sviluppo. Secondo questo rapporto, l'Italia per l'anno 2006, ha diminuito del 30% i fondi destinati all'aiuto ed alla cooperazione.

L'esempio di Pomigliano

5 maggio 2008

Operai, gente delle lotte,

si diceva un tempo "la verità è rivoluzionaria". Bisogna guardare la realtà e i fatti: oggi, 5 maggio, per tanti uomini, donne, per tante vite, storie diverse e comuni, per la collettività operaia di Pomigliano, le loro famiglie, per la storia sociale delle nostre terre, per la storia di classe, è stata una giornata grigia. Alla fine di una vicenda alterna, a tratti tumultuosa e passionale, gli operai hanno finito per ingoiare quella che non può essere definita altrimenti che come una sconfitta.

Aggressione a Mira

riportiamo il comunicato stampa del coordinamento provinciale Slai Cobas Venezia e Padova sulla grave aggressione ad un compagno operaio

COMUNICATO STAMPA

Il nostro compagno operaio e membro del nostro coordinamento provinciale, Emanuele Minotto di Mira, già in altre occasioni oggetto di aggressioni fasciste, giovedì 30 aprile nel tardo pomeriggio è stato aggredito all’inizio di via Cesare Battisti a Mira mentre a piedi si recava nella nostra sede dove aveva da assolvere ad alcuni impegni preparativi della nostra presenza in piazza dei 7 Martiri a Mira il 1° maggio.

Land's end

ovvero, i retroscena della cosiddetta sinistra in Italia

18 aprile 2008

In un angolo tra i più suggestivi della Cornovaglia si trova Land's End, dove la terra finisce, ovvero l'angolo più occidentale della Gran Bretagna. C'è un senso di magnifica solitudine che ti percorre il corpo guardando quelle scogliere a picco, il mare che si infrange burrascoso su di esse e un vento gelido ti scompiglia i capelli. E' un pò la sensazione che si ha di fronte alla scomparsa dal proscenio della grande politica di sua Maestà la Sinistra e dei Cavalieri del Comunismo.

8 per mille

dal bollettino n°0 (marzo-aprile)

Il prossimo maggio Papa Benedetto sarà a Genova. Al di là delle solite e facili polemiche a cui la Chiesa si presta in modo particolare, ricordiamo qualcosa che è stato poco enfatizzato dai media, utile per capire come anche rivendicazioni legittime vengono strumentalizzate dai partiti politici e da pseudo-battaglie per la 'libertà di pensiero".

RIVOLTE PER IL PANE

16 aprile 2008

Le rivolte per l'aumento dei prezzi dei cereali a partire dall'anno scorso sembrano continuare ad espandersi, coinvolgendo sempre più paesi e rispettive popolazioni. Ad Haiti dall'inizio di aprile ci sono continue proteste con scontri con le forze dell'ordine per l'aumento dei prezzi di prodotti alimentari. A Città del Messico continuano le proteste sull'onda di quella che l'anno scorso in gennaio era stata chiamata la "rivolta della tortilla" con 70.000 persone scese in strada. In Africa ci sono state violente proteste in Camerun (40 morti  e 1600 arrestati nelle rivolte del febbraio scorso), Marocco (34 arresti), Costa d'Avorio, Tunisia e Senegal.
Nei Paesi del Golfo a protestare sono stati sopratutto gli immigrati che sono proletari di serie B: i più sfruttati e i più poveri. Ci sono state rivolte anche in Bangladesh e in Pakistan (dove migliaia di soldati presidiavano le riserve di cibo). Proteste sono iniziate in Uzbekistan.

SCIOPERO ALLA FIAT DI POMIGLIANO

16 aprile 2008

Da giovedi 10 aprile la Fiat Alfa Romeo di Pomigliano è in sciopero totale. Gli operai con presidi e picchetti stanno ingaggiando una serie di iniziative di lotta contro il cosidetto "Piano Marchionne".

La lotta è partita contro l'annunciata esternalizzazzione di 316 lavoratori in un polo logistico a Nola; tra questi vi sono gli "Rcl" (ridotte capacità lavorative)[sic] e lavoratori attivi nel sindacalismo di base. Ci si vuole liberare degli operai più combattivi proprio mentre aumentano i ritmi di lavoro. Non basta, dal sito dello Slai apprendiamo che nel 2003 fu varato il ‘piano di sviluppo’ che prevedeva il ‘riammodernamento impiantistico' e la reingegnerizzazione di Pomigliano per avviare la produzione in loco dell’intera gamma Alfa Romeo. Furono stanziati 2,5 miliardi di euro per il periodo 2003/2007 per una ristrutturazione che "non è mai avvenuta".

 

www.agnfoto.it/index.php?url=storia.php&id=688&ctheader=2

 

      Tutta la nostra solidarietà ai compagni di Pomigliano