SCINTILLA DEL PASSATO, IDEALI IMMUTATI
Il lottatore rosso che sfidò il nazismo
dal Il Manifesto del 4/09/08
Andrea Sceresini e Nicola Palma
La storia di Seelenbinder, dai Giochi al lager
Germania, è il 24 ottobre del 1944. Nel campo di concentramento di Brandenburg-Görden, alle porte di Berlino, un gruppo di uomini viene condotto alla morte. I prigionieri camminano in fila, con le mani legate dietro alla schiena. Bisogna fare in fretta, perché il boia sta aspettando, e la lista si profila lunga. Improvvisamente, però, uno di loro alza la testa. Ha i capelli neri, le guance magrissime. Pesa 60 chili, ma sotto la divisa a strisce ancora si indovina ciò che resta di un'antica muscolatura possente. Si volta verso le celle, e grida: «Compagni, oggi noi saremo ammazzati. Ma voi resisterete. Morte a Hitler: salutateci l'Armata rossa». Il suo nome è Werner Seelenbinder, ha 40 anni, ed è stato uno dei più forti campioni di lotta greco-romana dell'intera Europa. Appeso sul petto, porta cucito il triangolo rosso. Significa: deportato politico, militante comunista. Un marchio che mostra con orgoglio. Durante il processo, qualche mese prima, il giudice lo ha violentemente insultato. Poi, rivolgendosi ai giurati, è esploso: «Guardatelo, è il nostro pericolo pubblico numero uno». Per il regime, ha sempre rappresentato una minaccia. Lo chiamano «Cane rosso». Il suo è un palmares invidiabile e per questo fa paura. Vincitore dei Giochi olimpici operai: a Francoforte, nel 1925, e a Mosca, tre anni più tardi. E ancora, due medaglie di bronzo ai campionati europei, e sei ori in Germania. Nel 1936, decide di iscriversi alle Olimpiadi di Berlino: la sua partecipazione è un solitario gesto di sfida. Il più plateale e, probabilmente, anche il meno propizio. Annuncia agli amici: «Hitler, lo saluterò a modo mio. Se conquisto il podio, farà bene a non presentarsi». Gli va male, arriva quarto. Ma i suoi propositi sono ben noti a tutti: nessuno, neppure gli atleti ebrei, o gli americani di colore, hanno osato tanto. Il Fuhrer non se ne dimenticherà: mentre la storia, a quanto pare, sì. Oggi, quasi nulla sembra essere rimasto del suo passaggio. Neppure a Berlino, dove gran parte delle vecchie targhe commemorative sono scomparse nel 1989, con la caduta del muro. Ne sopravvivono pochissime. Una di queste recita: «In memoria di Werner Seelenbinder, lottatore olimpico, che si batté contro la guerra e il fascismo». Si trova a Bezirk Neukölln, nella periferia sud, alle porte di un piccolo stadio: l'unico che i suoi connazionali hanno voluto dedicargli. Ed è proprio qui, all'ombra delle basse gradinate e dei palazzoni popolari, che Seelenbinder mosse i primi passi della sua folgorante carriera sportiva. Correvano gli anni Venti: Werner è un semplice ragazzotto di provincia. Alto, grosso, mani callose, collo possente. Viene da Stettino, nella Pomerania occidentale. Suo padre era muratore, lui un po' di tutto: operaio, facchino, falegname. E' poco più che diciottenne, quando si iscrive all'Arbeiterathletenbund, un'associazione atletica proletaria, legata ai partiti di sinistra. A 21 anni, arrivano i primi successi. Nessuno, sul ring, riesce a tenergli testa. Lui, però, continua a lavorare e ai compagni che temono un suo ritiro dall'officina, risponde: «Non preoccupatevi, resterò sempre quello che sono». Nel 1928, ottiene la tessera del Kpd, il partito comunista tedesco. Ma la situazione, attorno a lui, si fa sempre più difficile: crisi economica, conflitti sociali, scioperi, scontri armati e tentativi di golpe. La debole repubblica di Weimar è più vacillante che mai. Il 30 gennaio del 1933, Hitler ottiene l'incarico di formare un nuovo governo. Immediatamente, tutte le organizzazioni operaie vengono sciolte. Migliaia di attivisti finiscono in carcere. Altri passano alla clandestinità. Seelenbinder vorrebbe essere tra questi ma al momento gli viene imposto di soprassedere. Ha 29 anni, è celebre, osannato e conosciutissimo. Può continuare sulla sua strada: il regime non si azzarderà a colpirlo. Passano pochi mesi e Werner conquista il suo primo titolo di campione di Germania. Le finali si svolgono a Dortmund, in uno stadio stracolmo e rumoreggiante di applausi. Giunge il momento delle premiazioni: il pubblico si alza in piedi, col braccio teso, mentre l'orchestra, ai piedi del palco, esegue l'inno nazista. Seelenbinder è l'unico a non cantare: se ne resta fermo, con lo sguardo fisso, e le mani significativamente conserte dietro alla schiena. Scriverà Walter Radetz, il suo biografo: «Qualcuno, quella sera, gli donò un grosso mazzo di rose rosse. Lui le alzò in alto, di fronte alla platea. Poi ne prese alcune e le distribuì al secondo e al terzo classificato. I due poveracci erano troppo terrorizzati: non ebbero il coraggio di rifiutare». Il giorno seguente, scoppia il caos. La stampa nazista è furiosa: Werner viene arrestato, interrogato e rinchiuso nella Columbia-Haus, una delle prime carceri della Gestapo. Vi resterà dieci giorni. Alla reclusione, si aggiunge poi un lungo periodo di squalifica sportiva: sedici mesi. Il trofeo, però, nessuno può levarglielo. Scontata la pena, Seelenbinder incomincia a viaggiare: lo farà assiduamente, sia prima che dopo le Olimpiadi. La sua presenza è richiestissima, soprattutto all'estero. Lui si adegua di buon grado, va da un amico e fa modificare tutti i fondi delle sue valige. Vi nasconde qualunque cosa: documenti falsi, stampa sovversiva, volantini, manifesti, valuta straniera. Ogni gara, una vittoria. Ogni vittoria, un nuovo carico. E' il Soccorso rosso internazionale: una delle ultime ancore di salvezza, di fronte all'irresistibile avanzata del regime. Ma a Werner non basta. Nel 1938, inizia a stringere contatti con i gruppi della resistenza illegale. Aderirà a quello di Robert Uhrig, un operaio delle officine Osram di Berlino. L'organizzazione è ben radicata e conta varie centinaia di militanti, molti dei quali comunisti. Seelenbinder si mobilita fin da subito per procurar loro denaro e rifugi: un'impresa rischiosa e comunque destinata al fallimento. E' il 4 febbraio del 1942, quando, come un fulmine, scatta il blitz delle Ss. Gli attivisti sono quasi tutti arrestati: con loro c'è anche Werner. Lo portano nel carcere di Alexanderplatz, e quindi a Großbeeren, uno dei più duri lager della Prussia centrale. Viene picchiato e torturato. La polizia non gli dà tregua: vuole nomi, indirizzi, descrizioni dettagliate. Lui, però, non parla. Un giorno, preso dallo sconforto, sussurra a un compagno: «Se mai riuscirai a tornare a casa, toccherà a te raccontare ciò che abbiamo vissuto. Devi dire tutta la verità, soprattutto ai giovani. Solo così, forse, non si ripeterà più». L'ultima lettera è per suo padre, il vecchio muratore di Stettino: «Spero di essermi conquistato un posto in qualche cuore, tra gli amici e i compagni di sport. Questo pensiero mi rende molto orgoglioso: ti prometto che saprò essere forte». Così se ne va Werner Seelenbinder, che di mestiere faceva l'atleta.
L'Utopia dell'Olimpiade popolare
dal Il Manifesto del 8/05/08
Andrea Sceresini

Tre uomini stilizzati, uno bianco, uno nero, e l'altro giallo. Stanno in fila, con le braccia protese. Sopra di loro, c'è un'unica bandiera. La scritta, in rosso, recita: «Olimpiada popular». I poster sono grandi e colorati. Sono stati affissi ovunque: le strade di Barcellona ne sono
piene. E' l'estate del 1936. Fa moltocaldo, e in tutta Europa la gente
boccheggia: colpa della temperatura, ma non solo.
A Berlino, i lavori fervono instancabili. Hitler sta preparandosi ad uno degli appuntamenti più esaltanti della sua carriera: l'undicesima edizione dei giochi olimpici.
Per la prima volta nella storia, la fiaccola farà tappa in Germania.
Il copione è maestoso: Goebbels, ministro per la propaganda del Reich, se ne occupa personalmente. Svastiche, passi dell'oca, braccia tese, sfacciate dimostrazioni di forza. Pur di accattivarsi la benevolenza delle democrazie occidentali, i nazisti hanno accettato di
inserire nella propria rappresentativa alcuni atleti di origine ebraica. In molti si fanno convincere: persino Roosevelt, che pure sulle prime aveva avanzato qualche timida perplessità. Sono «i giochi di Hitler», e così giustamente li ribattezzerà qualcuno.
Ma a Barcellona tira un'aria ben diversa. La Spagna repubblicana è l'unico paese occidentale ad aver boicottato l'invito tedesco. In Catalogna, cresce il fermento operaio: scioperi, cortei, occupazioni. Il
sindacato anarchico, la Cnt, conta quasi un milione e mezzo di iscritti: lo guidano uomini come Buenaventura Durruti, Francisco Ascaso e Garcìa Oliver. E' in questo tumultuoso contesto, che viene
organizzata la più imponente contromanifestazione sportiva di tutta la storia del ventesimo secolo. L'obiettivo è rivoluzionario: «Dimostreremo al Mondo intero - proclamano i giornali cittadini -
che oggi il vero spirito olimpico non sta a Berlino, ma qui». L'appello ha il profumo dell'utopia, ma non resterà inascoltato. Così nasce l'Olimpiade popolare: un nome che si tramuterà ben presto nella
nuova parola d'ordine dell'antifascismo internazionale. Vi si iscrivono oltre seimila atleti, provenienti da 23 diverse nazioni. La compagine più numerosa, quella francese, conta 1.500 uomini. E poi, ci sono i belgi, gli statunitensi, gli olandesi, i cecoslovacchi, i danesi. Italia e
Germania saranno rappresentate da un nutrito drappello di esiliati politici. Stesso discorso per le colonie africane, che sempre, in passato, sono state costrette a gareggiare sotto le insegne delle potenze occupanti: a Barcellona, per la prima volta, potranno farlo autonomamente.
Nel Coop, il Comitato organizzatore, siedono sindacalisti e leader operai. Il Fronte popolare, la coalizione delle sinistre che governa il paese, fornisce mezzi e strutture. Insieme ai manifesti murali, viene redatto un primo programma delle iniziative.
Si comincerà
il 19 luglio, con la cerimonia di inaugurazione allo stadio di Montjuich,
poco lontano dalla Rambla: le gare dureranno una settimana, fino al 26. Oltre alle classiche competizioni olimpiche, verranno organizzati tornei di scacchi, spettacoli di musica, danza e teatro popolare. Così il libertario Eduardo Vivancos, all'epoca giovanissimo membro della compagine iberica, ricorda oggi quei giorni: «Vivevamo in
un'atmosfera incredibile. La maggior parte degli stranieri non parlava una sola parola di spagnolo. Ma ci si intendeva lo stesso: bastava un sorriso, o una semplice stretta di mano. Per la prima volta nella mia vita, ebbi l'opportunità di conoscere gli abitanti dei paesi più lontani. Fu un'esperienza molto intensa, che rafforzò il mio senso di fratellanza verso tutti gli uomini: ogni differenza etnica o nazionale sembrava essere improvvisamente svanita».
Le aspettative sono immense: eppure, non si tratta di novità. Già nel 1925, l'Internazionale socialista ha organizzato a Francoforte la prima edizione delle Olimpiadi operaie. Un esempio presto seguito dal Komintern: che tre anni dopo, a Mosca, dà vita alle Spartachiadi. In
tutto, nel decennio precedente al 1936, si svolgono ben quattro manifestazioni di questo genere. Cambiano le città e i promotori, ma non la parola d'ordine: creare una nuova concezione di sport.
Niente sciovinismo, ogni bandiera nazionale viene bandita. L'unica ammessa è quella rossa, simbolo della fratellanza tra i lavoratori. Fedeli a questo principio, tutti gli atleti in coro, prima di ogni gara,
cantano l'Internazionale. Stesso discorso, per quanto riguarda l'agonismo:l'importante non è vincere, ma partecipare. Le gare devono essere accessibili a tutti, e non solo alla ristretta
élite dei professionisti. E ancora, no all'individualismo, no al culto del singolo.
Un giorno, lo stesso barone Pierre de Coubertin, l'ideatore dei Giochi moderni, ammetterà: «Lo sport operaio è quello che più si avvicina ai miei originari ideali competitivi». Ma nessuno, ovviamente, gli darà ascolto.
Il 19 luglio del 1936, quando ormai tutto è pronto per il via, arriva a Barcellona la notizia del sollevamento fascista di Francisco Franco. E' l'alba e gli atleti ancora stanno dormendo nei propri alberghi. La manifestazione è immediatamente annullata. In molti, però, rifiutano di tornarsene a casa. Avevano sognato di combattere Hitler a suon di medaglie e traguardi: lo faranno con il fucile in mano. Nelle strade della città, vengono innalzate le prime barricate.
Saranno necessari tre giorni di battaglia, perché gli operai riescano a sconfiggere l'esercito ribelle: è l'inizio della guerra civile spagnola. Tra i tanti scesi in piazza, quel giorno, c'è anche Wilebaldo Solano:
è dirigente della gioventù del Poum, il partito marxista al quale poi aderirà anche George Orwell. Oggi, ha 91 anni: «Ricordo benissimo gli uomini dell'Olimpiade - racconta - si unirono subito a noi. Furono i primi stranieri a farlo: la fondazione delle Brigate internazionali avvenne solo in seguito, circa tre mesi dopo. Scherzando, li
prendevamo spesso in giro per l'incredibile casualità del loro
provvidenziale intervento. Li soprannominammo i turisti rivoluzionari». John Cornford è uno di loro. Ventenne, è arrivato a Barcellona da giornalista: doveva scrivere corrispondenze sportive. Quando può, compone anche versi. Si arruola nelle milizie trotzkiste: morirà combattendo sul fronte di Cordòba, il 28 dicembre del 1936. Tanti seguono il suo esempio. Gli ebrei della società sportiva Hapoel, di Tel Aviv, aderiscono in massa alla milizia repubblicana. Molti italiani, invece, si uniscono agli anarchici. Il loro comandante si chiama Nicola Menna: assieme, formeranno un intero battaglione, il «Battallon de la Muèrte».
Solo pochi riusciranno a salvarsi. Oltre 70 anni sono passati da allora.
Molto è stato dimenticato, ed anche gli ultimi testimoni, uno per uno, se ne stanno pian piano andando. Delle Olimpiadi popolari, non resta ormai quasi nulla: poche, rarissime fotografie ingiallite, qualche solitaria nota, in fondo ai libri di scuola, e nulla più. Vecchie storie, forse un poco assurde. Di quando veramente sport faceva rima con libertà, e sui muri, a tutti gli angoli di Barcellona,tre uomini si tendevano la mano, in piedi, all'ombra della stessa bandiera.
La squadra degli operai che fece la rivoluzione
dal Il Manifesto del 21/03/08
Andrea Sceresini
Nel campionato regionale catalano soppravvive il Club Esportiu Júpiter che nel 1925 fu campione di Spagna e sfidò la dittatura
Nella foto: Il bar Jupiter fino a 52 anni fa sede della squadraBarcellona
Prima c'è stata la dittatura, poi la guerra civile. Infine, l'avvento del calcio miliardario, l'esplosione dei grandi club, il consumismo della movida e del lusso sfrenato. Oggi, di quel vecchio stadio non resta più nulla: solo pochi ricordi, incorniciati nelle foto in bianco e nero. L'impianto è stato abbattuto, nel 1948, per ordine del regime. Al suo posto, sono arrivati i locali alla moda, le discoteche e le spiagge dei vip. Una lenta invasione. Che ha cancellato, nel giro di pochi decenni, gran parte dell'antico volto proletario di Barcellona. La squadra, però, continua a giocare. Non a Poble Nou, ma qualche isolato più a nord: dove le vie seguitano ad essere povere e i ragazzini si rincorrono sudati, come una volta, sulla terra battuta all'ombra dei palazzi popolari. Il Club Esportiu Júpiter ha traslocato, ma non ha smesso di vivere. Un tempo, era la selecciòn degli operai. Il suo nome significava sport: fútbol, come si dice da queste parti. Ma anche ribellione, anarchia e lotta di classe. «Io ero bambino negli anni Sessanta - racconta Julio Nacarino, ex presidente e memoria storica del gruppo, mentre fuma intabarrato nel suo giubbotto di pelle - la squadra era già in declino, e Franco ci aveva tolto sia lo stemma che i colori. Ma il mito resisteva, e ci affascinava. Lo fa ancora oggi, che giochiamo nel campionato regionale, dimenticati da tutti. Eppure, nel 1925 siamo stati campioni di Spagna. Abbiamo fatto la rivoluzione, siamo stati in carcere. Questo è stato il nostro Júpiter».
Storie lontane: di un calcio diverso, che predicava l'impegno e la giustizia sociale. E che oggi, forse, ha veramente cessato di esistere. E' il 1909, quando due ragazzotti inglesi decidono di fondare il club. Poble Nou, in riva al mare, è il «barrio» libertario: fabbriche, stabilimenti, strade operaie. La fede, saldamente repubblicana. E, non a caso, i primi soci del Júpiter sono quasi tutti anarchici. Per stemma, si fregiano della bandiera dell'indipendentismo catalano: cinque strisce bianche e quattro rosse, sormontare dalla stella a cinque punte. «Poi col passare degli anni, le connotazioni politiche si fecero sempre più marcate - continua Nacarino - la società si affiliò alla Cnt, il sindacato rivoluzionario, e, più tardi, al Soccorso rosso internazionale. Anche il numero dei soci crebbe a dismisura. Negli anni venti, erano già più di duemila». Ogni domenica, il piccolo stadio in calle Lope de Vega si affolla di donne e lavoratori. Le tribune sono in legno, e non sempre riescono ad accogliere tutti. Poi, nel 1923, arriva il golpe di Miguel Primo de Rivera, e anche per il Júpiter comincia l'epoca delle persecuzioni: «Dovemmo cambiar nome. Il club fu ribattezzato Hercules. Venne imposto anche un nuovo simbolo, più sobrio, e sormontato da una rassicurante corona reale. Molti affiliati furono rinchiusi in carcere, gli altri si diedero alla lotta».
Due anni dopo, a sorpresa, giunge il titolo di campioni di Spagna: si suona la March reàl, ma i tifosi non gradiscono e cominciano a fischiare. Scoppia lo scandalo: per tutta risposta, il governatore militare della Catalogna scatena una nuova ondata di arresti, infliggendo sei mesi di sospensione all'intera società. Sono tempi duri: per il calcio e per i lavoratori. In tutta la Catalogna, imperversano i «pistoleros patronales»: vere e proprie bande di sicari, organizzate al soldo degli industriali. Anche la Cnt ricorre alla lotta armata. I suoi leader sono Durruti, Ascaso e Garcìa Oliver: «los Solidarios», un nome che ben presto entrerà nel mito. Scioperi, sparatorie e attentati accompagnano ogni contrattazione. E il Júpiter, ovviamente, non resta a guardare: «Il club versava al movimento gran parte dei suoi incassi - spiega l'ex presidente, senza nascondere un orgoglioso sorriso - in breve tempo lo stadio si trasformò in un arsenale. Le pistole venivano smontate e nascoste dentro i palloni, durante le trasferte. Così operai, calciatori ed anarchici condussero fianco a fianco le proprie battaglie». Solo la fuga del re e la nascita della repubblica riusciranno, in qualche modo, a porre fine al massacro. E' il 1931. Il 25 settembre, Poble Nou accoglie Francisc Macià, leader della sinistra catalana: vecchio, coi capelli bianchi, anche lui reduce dalla galera. La folla si assiepa commossa, mentre un fotografo improvvisato immortala in un flash lo storico istante. Tocca al vecchio combattente restituire alla squadra il suo antico stemma: rosso, giallo, e stella blu. Lo stesso che la dittatura aveva deciso di cancellare.
Durerà comunque poco: solo qualche anno. Il 19 luglio del 1936, all'alba, tutta Poble Nou si sveglia di soprassalto. Le fabbriche suonano le sirene e gli operai escono in fretta, mentre per le strade una grossa notizia si sta diffondendo: i militari di Franco hanno appena abbandonato le caserme. Anche a Barcellona è cominciata la guerra civile. «I nostri vecchi hanno vividi ricordi di quella giornata. La folla si diresse allo stadio: c'erano tutti, persino qualche calciatore. Faceva caldo e il terreno brulicava di uomini. Le armi scarseggiavano, ma d'un tratto si cominciò a cantare. Era una vecchia melodia, l'inno della rivolta delle Asturie: A las barricadas. Infine, i lavoratori raccolsero i fucili, poi si schierarono ordinatamente, nello spazio tra le due porte. E fu da lì, dal campo del Júpiter, che partirono per fare la rivoluzione». Non tutti, però, riusciranno tornare. Per molti, di lì a pochi mesi, si apriranno nuovamente le porte delle carceri. Per altri, quelle dell'esilio: la vittoria del fascismo segnerà, anche per il Júpiter, l'inizio della fine.
Oggi la squadra si allena alla Verneda. Arrivarci, dal centro, è piuttosto complicato: c'è da prendere la metro, e poi a piedi, fino alle gradinate grigie che danno sulla ferrovia. Il quartiere si chiama San Martì, e quando il club vi fu esiliato, negli anni quaranta, altro non era che aperta campagna. In una saletta, sotto le tribune, giacciono ammassate decine di trofei. C'è la foto con Macià e, da qualche parte, anche un polveroso stendardo, cucito dalle donne del quartiere nell'epoca delle ribellioni. «Dobbiamo mettere un po' a posto», confessa un ragazzo dal cappellino bianco. I suoi coetanei, intanto, hanno appena finito di giocare. Sono soddisfatti, perché questa domenica è trascorsa bene: 2-0 al Sitges, una rappresentativa dell'hinterland. Molti, passando, lanciano un'occhiata alle vecchie medaglie. I più giovani sorridono: c'è chi sogna il Barça, chi il Real Madrid. Anche loro, in qualche modo, vogliono cambiare il mondo.
in spagnolo
Barcellona ’36, in rosso e nero
da Alias (Supplemento settimanale de Il Manifesto) del 16/02/08
Andrea Sceresini

Barcellona, 21 luglio 1936. Due uomini parlano con foga, seduti al tavolino di un caffè.
Il primo è Buenaventura Durruti, la leggenda dell’anarchismo spagnolo. Guerrigliero e sindacalista, è robusto, moro, e porta un grosso fucile appeso a tracolla. L’altro, Andrès Nin: occhiali da intellettuale, capelli ricci, viso curato. È il segretario del Poum, il Partito operaio di unificazione marxista. Ex dirigente dell’Internazionale rossa dei sindacati, ha collaborato con Lenin e con Trotsky. Se ne è andato dall’Urss nel 1930, all’avvento di Stalin: anche lui è nato ribelle.
Di fronte ai tavoli, sfilano lunghi tram colorati di rosso e nero e decorati con le insegne operaie. Da due giorni in città è scoppiata la rivoluzione libertaria. Gli uomini di Franco sono stati sconfitti, le fabbriche collettivizzate. Il potere è in mano ai lavoratori.
Dei due, è Nin il più commosso, e voltandosi verso Durruti esclama: «Guardati intorno: la città funziona. Tutto è gratis e la gente per strada inneggia al socialismo. Ti rendi conto di cosa significa?». Entrambi, di lì a pochi mesi, moriranno ammazzati.
Durruti, combattendo sul fronte di Madrid. Nin, trucidato dagli agenti di Stalin. Anche i sogni, a volte, possono far male.
Oggi Wilebaldo Solano ha 91 anni. Vive a Barcellona, in un palazzaccio popolare a due passi dallo stadio. Al tavolino di quel caffè, il 21 luglio ‘36, c’era seduto anche lui.
Lo chiamano «l’ultimo dei sopravvissuti». A 20 anni è stato uno dei più giovani dirigenti della rivoluzione spagnola. Ha conosciuto Orwell e Willy Brandt, combattuto Franco, Stalin, Hitler, Pètain. Prima col fucile, poi nell’esilio, da dietro le sbarre delle prigioni. Una vita dedicata all’utopia, che in Italia mai nessuno ha raccontato.
«Ormai, non sono rimasto che io – spiega sorridendo -. Volevamo cambiare il mondo, abbiamo perso tutto. Tuttavia, se potessi, rifarei ogni cosa».
La sua scelta di campo matura prestissimo, a 16 anni. È il 1932 e Solano si unisce al Boc, il Blocco operaio e contadino di Joaquìn Maurìn. Parole d’ordine: socialismo, rivoluzione, antistalinismo. Nel 1935 il Boc si fonde con l’Ice, la Sinistra comunista iberica. Nasce il Poum: una sigla che resterà nella storia.
Ma intanto molte cose stanno cambiando: nel febbraio 1936 il Fronte popolare vince le elezioni. Un vento nuovo si respira nell’aria. La borghesia ha paura, c’è chi parla di golpe militare e gli omicidi politici sono all’ordine del giorno.
La notte del 19 luglio Solano si trova a casa sua, a Barcellona: «All’alba la radio annunciò che i soldati stavano abbandonando le caserme. Era iniziata la rivoluzione».
Fuori la situazione è caotica: per strada vengono innalzate le prime barricate, mentre le pattuglie sparano a vista. Più avanti, c’era una barricata. Presi la rincorsa e la saltai. “Sono del Poum”, gridavo. Poi vidi la bandiera rossa e capii che ero in salvo».
In serata, i militari iniziano ad arrendersi, e ovunque appaiono enormi scritte rosse e nere: Cnt- Fai. Folle di lavoratori invadono la Rambla.
Di quei mesi, Solano conserva molti ricordi. Esiste una foto che lo ritrae seduto con Nin. In un’altra, sono lui, Nin e Giuseppe Bogoni, un giovane italiano che un giorno sarebbe divenuto deputato.
«Il 19 luglio cadde sulla barricate il segretario generale della Gioventù e io presi il suo posto. Ero membro del Comitato esecutivo del partito. Conobbi molta gente importante». I volontari stranieri, innanzitutto. Bordighisti, trotzkisti, anarchici: «Gli stalinisti arrivarono solo in secondo tempo. Le prime brigate internazionali furono le nostre, quelle del Poum. Ricordo molti italiani. Giunsero a Barcellona alla spicciolata, con un unico desiderio: combattere. Li ribattezzammo “i turisti rivoluzionari”».
Anche George Orwell sceglie il Poum. Solano lo incontra per la prima volta nel dicembre del 1936: «Me lo presentò un altro inglese, John McNair. Orwell era altissimo e arruffato. McNair mi disse: “Dovresti occuparti un po’ di lui. Dice che è venuto qui per combattere. Io vorrei convincerlo a scrivere. Ci ho provato, ma mi ha mandato a quel paese”. E così feci. Lo rividi mesi dopo, durante le giornate di maggio, e gli chiesi: “Allora, hai scritto qualcosa?” E lui: “No, non molto. Stanno succedendo troppe cose”».
Pochi mesi più tardi, lo scrittore darà alla luce uno dei più celebri romanzi del Novecento: Omaggio alla Catalogna.
Nella Barcellona rossa di quei mesi arriva pure Willy Brandt. Ha 24 anni, è segretario della Gioventù della Sap, il partito socialista dei lavoratori tedeschi. Ha simpatie trotzkiste e scriverà: «In Spagna i lavoratori non possono accontentarsi delle riforme democratiche, il loro scopo deve essere la rivoluzione socialista». Anche lui collabora col Poum. Racconta Solano: «Lo incontrai molte volte e diventammo amici. Più tardi, dopo il ‘45, andai a Berlino a trovarlo. Gli chiesi di intervenire per salvare la vita dei nostri compagni prigionieri di Franco.
Lui non si tirò mai indietro.
Nel 1937 la rivoluzione inizia a zoppicare. Stalin non la vuole, mentre Mussolini e Hitler inviano uomini e armi in sostegno dei fascisti. Anche molti repubblicani premono per il ristabilimento del vecchio ordine borghese. Col sostegno dei sovietici, i comunisti spagnoli danno il via a una gigantesca campagna diffamatoria.
Scrive la Pravda: «In Catalogna è iniziata l’eliminazione dei trotzkisti e degli anarcosindacalisti. Essa verrà condotta con la stessa energia con la quale è stata portata a termine in Urss». Al centro degli attacchi: il Poum, la Cnt, il potere operaio.
«Fino ad allora gli stalinisti non ci avevano mai dato problemi. Eravamo compagni in armi, ci rispettavamo.
Poi un giorno Treball, il loro giornale, se ne uscì con un articolo incredibile. Improvvisamente noi tutti eravamo diventati «fascisti», e Nin «un agente di Franco». Molti compagni vennero da me a chiedere spiegazioni, eravamo tutti allibiti.
Oggi sappiamo come sono andate le cose. Sappiamo che dietro quelle calunnie c’era Stalin, e c’erano Togliatti, Erno Gero, l’ungherese, e Vittorio Vidali. Alcuni di loro si incaricarono poi, anche materialmente, di molte esecuzioni».
Nel maggio 1937 si passa, come scriverà Victor Serge, «dalle calunnie alle pallottole nella nuca».
Per sei giorni, dal 3 all’8, i lavoratori di Barcellona si ribellano per l’ultima volta, nella più disperata delle resistenze. Per piegarli, arriva l’esercito repubblicano, sotto la guida di un comunista.
Molti sono gli assassinati, e tra di essi due anarchici italiani: Camillo Berneri e Francesco Barbieri.
A giugno il Poum è messo fuori legge. I dirigenti, arrestati. «Ricordo l’ultima volta che vidi Nin. Era il 16 giugno. Qualcuno lo avvertì che lo stavano cercando. Ma lui rispose: “Non oseranno mai”. Tre giorni dopo era già cadavere».
Qualche mese più tardi, anche per Solano inizia l’epoca delle carceri: «Nell’aprile ‘38 fui rinchiuso alla Prison de Estado, a Barcellona. Quando mi liberarono, Franco si trovava a due giorni di marcia dalla città. E ancora ricordo l’agente stalinista che, indicando me e i miei compagni, disse: «Questi lasciamoli dove stanno, ci penseranno i fascisti a farli fuori”. Ma per fortuna non andò così». Segue un lungo viaggio verso i Pirenei. Le strade sono ingombre di soldati: è l’esercito repubblicano, in disfatta, che fugge sognando la Francia.
A Parigi Solano inizia una nuova vita, quella dell’esiliato: durerà 40 anni. Sono tempi difficili. In Spagna c’è Franco, in Germania Hitler, in Italia Mussolini, in Urss Stalin. E in Francia arriva Philippe Pètain. È il 1940, e per gli uomini del Poum si riaprono le porte delle patrie galere. Scriverà George Orwell: «Essi furono il fiore del proletariato internazionale, e contro di essi si scatenarono tutte le polizie d’Europa». Solano non fa eccezione. Nel febbraio ‘41, i collaborazionisti lo catturano. È processato e condannato.
L’accusa: «Egli è un giovane che alla sua età ha dato prova evidente del suo spirito ribelle». Praticamente una medaglia al valore. La sentenza è durissima: 20 anni di lavori forzati. «Fui trasferito nella Francia sud-occidentale. Prima della guerra ero stato studente di medicina, e fu per questo che mi salvai. Curavo sia i nostri carcerieri che i miei compagni di cella».
Nel maggio del 1944 arrivano i nazisti. Vari militanti del Poum sono prelevati e portati a Dachau.
Tra di essi, vi sono due tra i maggiori dirigenti del partito: Josep Rodes e Ignazio Iglesias. Solano riesce a cavarsela: perché sa rendersi utile, e i francesi preferiscono che resti dov’è. «Solo gli stalinisti non volevano che li toccassi. Dicevano: “Non parlate con Solano, è un trotzkista pericoloso”.
Ma poi, un giorno, uno di loro si ammalò gravemente. Seguirono ore di panico: l’unico medico ero io, che si doveva fare? Ci fu una riunione che durò tutta la notte. Stabilirono che, in fondo, anche io ero comunista, e che forse per questa volta potevano provare a fidarsi. Gli risposi: “Sì, sono comunista, ma non come voi”. E curai il loro malato».
Il carcere viene conquistato dai partigiani nel luglio del ‘44. Seguono mesi concitati: la resistenza, la liberazione. Poi, di nuovo, l’esilio. Parigi ha lasciato a Solano varie eredità. Una casa, dove ancora trascorre i lunghi mesi d’inverno, e una moglie. Oggi la sua Barcellona non esiste più. La grande sede dei vecchi sindacati è stata requisita dalla confindustria catalana.
Di Durruti non resta che una tomba senza croci al cimitero di Montjuic. Il corpo di Nin invece non è stato mai trovato,ma c’è una piccola targa che lo ricorda al palazzo di Virreina, dove lo arrestarono.
Il Poum, resuscitato da Solano negli anni dell’esilio, ha tirato i suoi ultimi respiri nell’80. Esiste però una Fondazione Nin, con sede a Barcellona. Wilebaldo Solano ne è il presidente: vive di memorie, in omaggio ai compagni che non ci sono più. E affinché il passato non si ripeta nel futuro.
«C’è solo una cosa che vorrei dire. Ai giovani: studiate, leggete molto. Noi tutti dobbiamo lavorare, persino io che ormai sono vecchio. E un giorno, ne sono sicuro, la storia saprà darci ragione».
Andrès Nin e Wilebaldo SolanoWilebaldo Solano, 91 anni, è «l’ultimo dei sopravvissuti». A 20 anni è stato uno dei più giovani dirigenti della rivoluzione Spagnola nelle file del POUM. Ha conosciuto George Orwell e Willy Brandt, combattuto Franco, Stalin, Hitler, Pètain. Una vita dedicata alla difesa della classe operaia, una vita da vero rivoluzionario, che in Italia mai nessuno ha raccontato.
per approfondire l'argomento

ANNIVERSARIO 70° DELLA RIVOLUZIONE SPAGNOLA 1937-2007
Giordano Bruno
febbraio 2005

Giordano Bruno (il suo vero nome era Filippo Bruno, ma assunse quello di Giordano entrando nell'ordine domenicano) nato nel 1548 a Nola, presso Napoli (dove studiò e ricevette una prima formazione di stampo aristotelico), prese i voti, ma ben presto i suoi dubbi sulla dottrina trinitaria e su quella dell'incarnazione lo misero in contrasto con gli ambienti ecclesiastici.
Allontanatosi da Napoli nel 1576, iniziò a peregrinare per l'Europa: prima a Ginevra, poi a Tolosa. A Parigi godette del favore di Enrico III ed ebbe inizio la sua produzione filosofica.
Trasferitosi in Inghilterra e accolto dalla regina Elisabetta, insegnò ad Oxford e effettuò fra il 1583 e il 1585 la stesura dei dialoghi italiani e di alcune opere latine.
Ritornato a Parigi, nuovi contrasti con gli ambienti universitari a proposito delle teorie copernicane lo costrinsero a trasferirsi in Germania, dove insegnò a Marburgo, Wittemberg e Francoforte e in Boemia, a Praga.
Accettò infine l'ospitalità del nobile veneziano Giovanni Mocenigo, dato che Venezia aveva fama di città libera dalle influenze della Chiesa. In realtà Mocenigo mirava a carpirgli "l'arcano della magia", illudendosi che Bruno fosse un alchimista. Deluso nel 1592 lo denunciò all'Inquisizione e lo fece arrestare per i suoi dubbi sulla funzione della religione e i sospetti di eterodossia gravanti sulle sue dottrine. In un primo tempo riuscì ad evitare la condanna con una parziale ritrattazione, ma nel 1593 fu trasferito all'Inquisizione di Roma e , dopo sette anni di carcerazione, fu condannato dal gesuita Roberto Bellarmino a bruciare sul rogo a Campo dei Fiori (Roma) il 17 febbraio del 1600: l'imputazione mossagli fu di dubitare della trinità, della divinità di Cristo e della transustanziazione, di voler sostituire alle religioni particolari la religione della ragione come religione unica e universale e di affermare che il mondo è eterno e che vi sono infiniti mondi.
In carcere si era difeso con abilità, facendo una sottile distinzione fra il credente che accetta senza discutere le verità rivelate ed il filosofo che le sottopone al vaglio critico della ragione e al momento della sentenza, ecco la sfida lanciata agli inquisitori da Bruno: "Tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla".
Il gelido Bellarmino si indignò perché "ben diciassette interrogatori e cinque ore di torture non erano serviti a far abiurare l'ex religioso protervo e segaligno". Bruno sostenne infatti le sue posizioni con fermezza e con grande coraggio: negli ultimi istanti della sua vita fu imbavagliato per impedirgli di parlare.
I suoi libri vennero immediatamente posti all'Indice-Riportiamo dall'Indice cui don Giovanni Casati dà l'imprimatur "in Curia Mediolani die 17-10-1938", pag.58:
"BRUNO (1548-1600). Nato a Nola, morto a Roma sul rogo. Frate domenicano, eretico, bruciato vivo in Campo di Fiori; termine fisso di tutti i denigratori della Chiesa, i fautori del libero pensiero. Spirito irrequieto e sensuale, il Bruno apostatò presto, abbracciò le nuove dottrine scientifiche antiaristoteliche e anche il calvinismo, arrestato a Venezia, fu dall'Inquisizione portato a Roma. Filosofo e scrittore se non dei più significativi, certo interessante per lo studio del tempo e delle nuove idee; spirito anguillante e dubbioso, precursore del moderno criticismo; in politica fu fautore dell'assoluta sovranità dello Stato, in senso antipapale; di carattere orgoglioso, morì impenitente".
Tra i suoi libri
- 'Il candelaio', commedia dal Carducci detta volgarmente sconcia e noiosa; vi deride le pratiche superstiziose della magia e dell'alchimia, la pedanteria scolastica, la religione e l'onestà dei costumi come imposture.
- 'La cena delle ceneri', dialoghi sul moto della terra, la pluralità di soli e astri, l'infinità dell'Universo; scritto contro i dottori di Oxford coi quali aveva disputato in conversazioni dopo cena; sostiene la dottrina copernicana e tratta a modo suo la questione della S.Scrittura.
- 'De la Causa Prompicio e Uno', panteista, nega l'immortalità dell'anima e dà intelligenza all'Universo.
- 'Lo spaccio della bestia trionfante', bizzarra favola mitologica in tre dialoghi in cui gli Dei raccontano le loro oscenità; contro le superstizioni: proclama la religione naturale; mette in unico fascio paganesimo, maomettianesimo e cristianesimo. Libro dell'etica bruniana, mette la natura al posto di Dio, nega ogni religione positiva, morale e in fondo, egoistica.
- 'De gli eroici furori': dialoghi in prosa e in verso, l'opera sua più vasta con idee neoplatoniche e antipetrarchiste. L'eroico furore è l'entusiasmo interiore, quel che di divino in noi che sprona all'agire ma che, frutto della sapienza razionale, fa deridere l'appoggio nell'aiuto di Dio.
Il cardinal Bellarmino nella sua lunga vita fu anche artefice della carcerazione di Tommaso Campanella e della persecuzione di Galileo (nel 1615). Fu proclamato santo da Pio XI il 29 giugno 1930, e dottore della Chiesa Universale il 17 settembre 1931. Oggi lo si venera come patrono dei catechisti, e sul suo epitaffio sta scritto: "la mia spada ha sottomesso gli spiriti superbi". Dopo 400 anni Woytila ha affidato, al Segretario di Stato, cardinal Angelo Sodano, un messaggio rivolto, a suo nome, al convegno su Giordano Bruno tenutosi nel febbraio 2000 a Napoli, in cui si afferma che quel "triste episodio della storia cristiana moderna ci invita a rileggere anche questo evento con spirito aperto alla piena verità storica". Sodano ritiene che le "scelte intellettuali" del filosofo nolano rimangano "incompatibili con la dottrina cristiana", ma non c'è dubbio -sottolinea- che "aspetti di quelle procedure" seguite dai tribunali dell'inquisizione di Venezia e di Roma, per giudicare il frate domenicano accusato di "eresia", ed "il loro esito violento per mano del potere civile non possono non costituire oggi per la Chiesa un motivo di rammarico". Allo stesso convegno il domenicano Cottier (ordine che si è sempre distinto per fornire efferati inquisitori) ha cercato di spiegare il senso della "purificazione della memoria", facendo una distinzione tra "la Chiesa che è sempre santa" ed "i suoi membri che possono essere peccatori", appellandosi al contesto storico in cui si trovarono ad agire teologi e giudici dell'inquisizione (lo spirito Santo era distratto?).
Nel mondo cattolico c'è ancora chi rimpiange i bei tempi del cardinal Bellarmino e pensa che mandare al rogo Bruno fu giusto; così è scritto nella rivista cattolica integralista milanese 'Il Timone' n.6 marzo/aprile 2000:"Giordano Bruno era un prete domenicano e la Chiesa aveva tutto il diritto di chiedergli conto di quel che andava predicando a destra e a manca. Le idee, infatti, non sono armi spuntate e innocue: un solo libro può fare molti danni (pensiamo a Marx, per esempio). Certo, alla mentalità odierna può sembrare eccessivo perseguire qualcuno per quel che predica, ma alla fine del Cinquecento non si pensava così. Quell'epoca aveva visto sanguinosissime guerre di religione, tutte scatenate dalle prediche di monaci come Lutero e preti come Calvino. Il dissenso religioso era, insomma, pura dinamite a quell'epoca, e la Chiesa era costretta a serrare i suoi ranghi e mantenere stretta vigilanza sui suoi uomini." Di tenore simile la lettera del vescovo Maggiolini (5 febbraio 2000 su 'Il Giorno') titolata "Giordano Bruno e la nuova inquisizione", che sarebbe quella dei laici e dei massoni, che la Chiesa fa male a soddisfare perché "... a nome di chi la Chiesa si umilia nell'invocare misericordia?"
Pensiero scientifico libero dalla teologia
Con Giordano Bruno siamo in pieno Rinascimento, epoca di rinnovamento radicale...l'indagine della natura comincia ad apparire come strumento indispensabile per la realizzazione dei fini umani nel mondo. Gli studi e le speculazioni mistico filosofiche di Bernardino Telesio (Cosenza 1509-1588), Tommaso Campanella (Stilo di Reggio Cal. 1568-1639) e Giordano Bruno di Nola (1548-1600), permettono l'affermazione nel pensiero europeo di quella visione rigorosamente naturalistica che segnò il passaggio dalla filosofia antica e medievale alla filosofia moderna.
L'autorità ecclesiastica finì per dichiarare incompatibili con la fede cattolica le teorie che tentavano di scardianre i principi che avevano costituito per secoli le basi della religione cattolica, condannando tutti i libri che le sostenevano (a partire dalla teoria copernicana). La Chiesa dal canto suo minacciata dallo sviluppo del protestantesimo era arrivata a vedere nella sola ignoranza dei fedeli la sua difesa. Lo dimostra una relazione di prelati inviata al Papa nel 1533 che avverte:"Debbono farsi tutti gli sforzi acciocché si permetta il meno possibile la lettura del Vangelo... Basti quel pochissimo che suol leggersi nella messa, né più di quello sia permesso leggere a chicchesia. Finché gli uomini si contentarono di quel poco, gli interessi della Santità Vostra prosperarono. Ma quando si volle leggere di più, cominciarono a decadere. Quel libro, insomma (Il Vangelo, cioè ndr.) è quello che più di ogni altro ha suscitato contro di noi i turbini e quelle tempeste per le quali è mancato poco che noi fossimo interamente perduti. Ed invero, se qualcuno lo esamina interamente e diligentemente, e poi confronta le istituzioni della Bibbia con quel che si fa nelle nostre chiese, si avvedrà subito che la nostra dottrina è molte volte diversa e, più spesso ancora, ad essa contraria...". (da Il libro nero del Cristianesimo di Jacopo Fo, Malucelli e Tomat- Edizioni Nuovi Mondi).
Ma Giordano Bruno, in perenne contrasto con quelle autorità, infiammato dalla visione della natura a cui era pervenuto interpretando e portando alle estreme conseguenze la teoria di Copernico, dedusse non solo l'infinità del mondo, ma anche l'esistenza di Dio, come anima universale del mondo stesso e le necessità di emanciparsi dalla tradizione ecclesiastica per raggiungere la verità.
Bruno sviluppa nei suoi libri una concezione del mondo risolutamente materialista e unitaria, che gli procurerà tre scomuniche: quella dei luterani, dei calvinisti e dei cattolici, ma gli varrà in seguito l'ammirazione di Spinoza e di Hegel. Comunque, più dell'eterodossia delle sue opinioni, a renderlo insopportabile alle istituzioni religiose fu la sua capacità di modificarle. Più che scettico, Giordano Bruno era relativista. Nel 1588 anticipando di quasi due secoli la tolleranza dei Lumi, scrisse che la sua religione era quella "della pacifica convivenza tra le religioni, fondata sull'unica regola della mutua intesa e della reciproca discussione". Mentre ripone la sua fiducia nella "ragione di ciscuno", Bruno disprezza i dotti. E si identifica spesso con l'asino, che nella sua ignoranza, pazienza e ostinazione rappresenta l'allegoria emblematica di chi ricerca la verità.
Se Galileo, nato vent'anni dopo, inaugurerà la modernità, Bruno resta legato ai modi di pensiero arcaico. Ma al di là del tributo impostogli dalla sua opera -poiché le idee nuove non nascono mai nella forma chiara e netta che la posterità conferisce loro retroattivamente. In Giordano Bruno troviamo elementi di ermetismo, di magia naturale, di filosofia neoplatonica che uniti insieme producono una concezione audace e visionaria del mondo.
Sebbene non gli si possa attribuire nessuna scoperta scientifica di rilievo, Bruno ha giocato così un ruolo essenziale, "preparando le menti alla rivoluzione galileiana"(Jean Marc Levy-Leleblond su Repubblica 2-2-2000).
Bruno, andando oltre Copernico, stabilì che la Terra è un pianeta come tantissimi altri e affermò che non aveva senso la divisione dell'universo in cosmo perfetto e mondo sublunare imperfetto. Egli proclamò l'unità del cielo e della Terra, l'identica natura del Sole e delle stelle, l'infinità dell'universo e la pluralità dei mondi abitati. Giordano Bruno, il "sognatore", rifiutando la cieca ubbidienza alle dottrine della Chiesa d'allora, trovò in Copernico una figura da esaltare, che sfidava la Chiesa nelle sue inflessibili tradizioni. Egli si avvalse della teoria di quello che considerava il suo maestro e la estese a coinvolgere l'intero universo. Laddove la teoria di Copernico trattava del moto della Terra, Giordano Bruno immaginava un universo infinito, popolato da un'infinita di stelle come il nostro Sole, ciascuna circondata da pianeti su taluni dei quali crescono e prosperano esseri intelligenti.
Nella filosofia, ma soprattutto nella cosmologia bruniana si ritrovano concetti estramamente innovativi che quindi risultano veramente rivoluzionari e destabilizzanti se considerati nell'ottica del XVI secolo. Basti pensare che l'universo ipotizzato da Bruno è in tutto e per tutto simile a quello delineato dalle conoscenze moderne, tanto che fu oggetto di molte critiche anche da parte di quelli che sono considerati i padri della cosmologia moderna,come Galileo e Keplero, i quali con i loro mezzi conoscitivi non potevano ipotizzare sulla base di un ragionamento matematicamente rigoroso l'infinità dell'universo o la pluralità dei mondi. Un'opposizione convinta alle nuove teorie cosmologiche fu portata anche dagli esponenti della vecchia cultura aristotelica e scolastica, ma sopratutto dagli apparati ecclesiastici che vedevano minacciate molte importanti verità di fede; la molteplicità di mondi abitati asserita da Bruno creava pericolose difficoltà teologiche che scatenarono la violenta reazione di cattolici e protestanti.
Bruno, nelle prime pagine de 'La cena de le Ceneri' denuncia il cinismo della <<conquista>> dell'America mascherata da <<scoperta>> dei moderni Argonauti, mossi non dal desiderio di conoscenza ma dall'avidità di guadagno. "Essi hanno turbato la pace altrui, confiscato ad altri uomini le loro terre e le loro ricchezze, distrutto le loro religioni e i loro costumi(...)". Un grandissimo merito di Bruno è proprio quello di essere stato uno dei rari testimoni della sua epoca che abbia osato denunciare la pirateria dei conquistatori.
Questa critica avanzata da Bruno è mossa dall'ideale di conoscenza. "l'eroico furore", che lo anima e a cui ha sacrificato benessere ma anche la propia pace (negli ambienti accademici fu costantemente osteggiato per la modernità delle sue idee: un testimone, presente a una sua lezione a Oxford, riferì:"Tentava di far stare in piedi l'opinione di Copernico, per cui la terra gira e i cieli stanno fermi; mentre in verità, era piuttosto la sua testa che girava, e il suo cervello che non stava fermo")
Conoscere costa fatica e tempo. Questo prezzo, Bruno era cosciente di averlo pagato. Nell''Oratio valedictoria' egli infatti dichiara:<<Faticando profittai, soffrendo feci esperienza, vivendo esule imparai>>.
E mentre scriveva queste righe ancora non sapeva che, come Socrate, anch'egli avrebbe pagato con il prezzo supremo il suo crimine di essere un filosofo libero. <<Non a caso il filosofo infiammato dall'amore per la conoscenza conclude la sua esistenza, come la farfalla dei 'Furori', nella luce di un rogo>>. (da Anacleto Verrecchia, Giordano Bruno. La falena dello spirito.)
Verrecchia rivendica poi l'importanza scientifica del pensiero di Bruno. Esso anticipa, con l'omogeneità di tutte le creature e l'evoluzione continua del mondo, l'evoluzionismo di Darwin e le mutazioni delle specie. Entusiasta del copernicanesimo e dell'onnicentrismo di Cusano nell'universo infinito e senza centro, Bruno fu il primo a dire che il sole ruota intorno al proprio asse, che le stelle fisse sono soli, che la terra è schiacciata ai poli. Anticipò le tre leggi di Keplero, la forma ellittica dell'orbita dei pianeti e intuì il rapporto inversamente proporzionale dalla loro velocità con la distanza dal sole. Verrecchia afferma che egli anticipò la teoria della relatività. Anzi, quasi la superò. Perché la relatività, per cui spazio, tempo,massa, velocità ecc. si contraggono e reagiscono tra loro, lega gli elementi in un modo che avrebbe dovuto indurre Einstein a proclamare l'organicità, invece della meccanicità, delle leggi naturali.
Galilei, dice Verrecchia, prese molte idee da Bruno senza nominarlo, cosa che Keplero gli rimproverò. Ma nominarlo, aggiunge, sarebbe stato pericoloso, data la sua cattiva reputazione, e Galilei non aveva la forza morale di Bruno. Per di più era uno scienziato e non un filosofo, esplorava il come ma non il perché dei fenomeni, era empirico e non metafisico.
Occorreranno tre secoli e le rivoluzioni inglese e francese perché le scoperte di Galileo e Copernico e le intuizioni di Bruno potessero divenire patrimonio dell'umanità.
La scienza della società ancora attende la sua rivoluzione.
Giovani internazionalisti