Torino Contro il Razzismo, una settimana di lotte
6 luglio 2008
Riportiamo di seguito alcuni comunicati sulle inziative contro il razzismo (e non solo) svoltesi a Torino le scorse settimane promosse da diverse realtà politiche
Mercoledì 02 luglio 2008
Torino: occupato atrio del museo Egizio
Oggi pomeriggio un gruppo di antirazzisti facenti riferimento
all´Assemblea Antirazzista ha occupato l´atrio del museo egizio di
Torino. All´esterno è stato appeso uno striscione con la scritta "Gli egiziani
li volete solo schiavi o morti".
La guardia giurata che sorveglia il museo ha dato in escandescenze
spintonando qualche manifestante, i responsabili del centro hanno
cercato senza successo di rimuovere lo striscione. Dopo alcune fasi concitate hanno capito la natura simbolica del gesto e si sono tranquillizzati.
Dopo un´ora di volantinaggi e speakeraggio, gli antirazzisti hanno posto
fine all´occupazione dell´atrio.
Due settimane fa a Settimo Milanese tre operai egiziani sono caduti
dall´impalcatura del cantiere dove lavoravano: due di loro sono morti.
In provincia di Varese un altro egiziano, Said, è stato ucciso dal padrone
per il quale lavorava suo fratello, per aver chiesto tre mesi di stipendio
non pagato.
Come loro campano e muoiono tanti "senza carte". Le loro vite e le
loro morti pesano come macigni sulla coscienza di ciascuno di noi, che
viviamo in un paese dove leggi razziste relegano nel limbo dell´irregolarità
migliaia di esseri umani.
Sta a noi metterci in mezzo, fermare questa barbarie quotidiana.
Ai visitatori che entravano al Museo è stato distribuito un volantino
che riportiamo sotto.
Gli egiziani o li volete schiavi o li volete morti
Gentili visitatrici, gentili visitatori che state per entrare nel Museo
Egizio di Torino, ci permettiamo di interrompere il normale flusso
della fila per dirvi due parole. Data la necessità e l'urgenza di quanto
vogliamo comunicarvi, siamo certi che comprenderete l'eccezionalità
del metodo impiegato per attirare la vostra attenzione.
Molti anni sono passati ormai da quando le mummie che state per vedere
arrivarono qui dal lontano Egitto, e non è dato sapere se siano
entrate in territorio italiano in modo regolare, o clandestinamente.
Abbiamo il fondato sospetto che siano state trafugate in modo
truffaldino, assieme ai tesori di inestimabile valore che sempre qui troverete. Ma in fondo poco importa, perché queste mummie sono arrivate a Torino letteralmente già morte e sepolte da un pezzo.
Capita ovviamente anche al giorno d'oggi che degli stranieri approdino
sulle coste italiane, in genere più morti che vivi. E non certo morti
per una lunga e ricca vecchiaia, ma affogati durante il naufragio della
nave che doveva portarli via dalla loro miseria, come accade di continuo
ogni estate, come è accaduto solo qualche giorno fa, con una nave che
trasportava decine di disperati provenienti, tra l´altro, proprio dall'Egitto.
Quelli che hanno la fortuna di sopravvivere al viaggio, rischiano poi
incrociare sulla loro strada un poliziotto, e rimanere uccisi durante un
"normale controllo di polizia" o di rimanere intrappolati nella tremenda
macchina delle espulsioni, per finire in un Cpt in attesa di deportazione.
E anche lì rischiano di morire, come è successo un mese fa a Fathi
"Hassan" Nejl, morto di polmonite nel lager di corso Brunelleschi,
lasciato senza cure dai volontari della Croce Rossa che gestiscono il
centro.
Quelli che sulla loro strada hanno la fortuna di trovare un padrone
disposto ad assumerli, preferibilmente in nero, rischiano (più degli
italiani, le statistiche parlano chiaro) di morire per un incidente sul
lavoro. Per rimanere in tema, qualche settimana fa in provincia di
Milano due clandestini egiziani morirono cadendo dall'impalcatura di un
cantiere.
E quelli che hanno la fortuna di non morire di lavoro, rischiano comunque
di morire per mano del padrone in persona, o di suo figlio, come è
successo a Said, che era andato ad accompagnare suo fratello a
riscuotere due mesi di stipendio arretrato dal padrone di una ditta in quel di
Gerenzano, nel produttivo hinterland milanese.
Certo, osserverete ora voi, anche se un morto è un morto e tutti i morti
sono uguali, a differenza dei moderni clandestini, i faraoni che state per
ammirare avevano dalla loro parte il potere religioso ed economico, e a
ben guardare le loro salme ricordano più il cadavere del penultimo papa o
quello del penultimo padrone della Fiat. Siamo d'accordo. Infatti anche
questi ultimi, come i faraoni di ogni epoca, hanno avuto il privilegio di
un addio da parte di lunghe e ordinate file di visitatori.
Ma tutti gli stranieri morti in questi anni rischiano di non avere la stessa fortuna. L´ultimo pericolo che essi ancora corrono è quello di essere presto dimenticati, e forse mai vendicati. Questo, di sicuro, dipende anche da noi.
Alcuni antirazzisti torinesi
Mercoledì 25 giugno 2008
Torino: mega striscione antirazzista ai fuochi di S. Giovanni
Questa sera in piazza Vittorio per i fuochi di S. Giovanni c´erano
anche gli antirazzisti. Ad un mese dalla morte di un immigrato nel "nuovo" CPT di Torino c´è chi non dimentica che un uomo è stato lasciato agonizzare nella sua cella, senza che nessuno intervenisse. La Croce Rossa, responsabile della gestione del CPT, non ha ascoltato le richieste di aiuto dei suoi compagni, lasciandolo senza cure. Il direttore del CPT, il colonnello
e medico Antonio Baldacci, così come il colonnello Antonino Calvano,
responsabile provinciale della CRI, hanno negato ogni responsabilità
accusando gli immigrati di mentire, mentre la polizia, giorno dopo
giorno, deportava tutti i testimoni della fine di Hassan.
In piazza c´erano banchetti informativi, striscioni e volantini.
Una mezz´ora prima dell´inizio dei fuochi, quando la piazza era ormai
gremita, alcuni antirazzisti si sono arrampicati su scale da nove metri ed
hanno issato uno striscione di 21 metri che ha attraversato tutta la grande piazza Vittorio. Sullo striscione era scritto a caratteri di scatola "No CPT - No espulsioni - Croce Rossa Assassina".
Per circa mezz´ora lo striscione ha campeggiato sulla piazza, mentre le
forze del disordine statale, digos e agenti dell´antisommossa, intimavano
di toglierlo. Di fronte all´ovvio diniego degli antirazzisti, dopo lunghi
conciliaboli, frenetiche consultazioni telefoniche hanno provveduto di
persona alla rimozione dello striscione. Le ragioni del blitz poliziesco
sono state efficacemente riassunte da un funzionario che ha dichiarato
"o lo togliete voi, o lo togliamo noi. Qui non ci può stare".
Le parole fanno paura: nessuno deve ricordare che ci sono i "senza
carte", che una legge razzista li chiude in prigione, una prigione dove il 24
maggio di quest´anno a Torino, un uomo è stato lasciato morire da
un´organizzazione umanitaria, la Croce Rossa.
Il presidio in piazza Vittorio è stato organizzato nell´ambito
dell´Assemblea Antirazzista.
La prossima riunione dell´assemblea è fissata per martedì 1° luglio in
vianCecchi 21.
Per contatti:
assembleaantirazzistatorino@autistici.orgIndirizzo e-mail protetto dal
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Di seguito uno dei volantini distribuiti in piazza Vittorio:
I fuochi e il muro
È passato un mese. Un mese dalla notte in cui il tunisino Hassan /
Fathi, morì nella sua cella al CPT, il Centro di permanenza temporanea per
immigrati di Torino. È stato lasciato agonizzare per ore e ore nel suo
letto, senza che nessuno gli prestasse soccorso: la Croce Rossa, che
gestiste la prigione dei "senza carte", non è intervenuta, nonostante
i compagni di Hassan abbiano a lungo invocato aiuto. "Come cani al
canile, abbai e nessuno ti ascolta". Un´immagine cruda che ben descrive i
tempi che viviamo, quando la vita, la libertà, la dignità di un uomo si
azzerano oltre i muri che separano il "diritto" dalla terra di nessuno dei
clandestini, il limbo dei senza carte.
In questo limbo si vive e si muore come bestie. A volte anche peggio.
Dopo la morte di Hassan i prigionieri oltre il muro si sono rivoltati
distruggendo suppellettili e materassi, hanno fatto lo sciopero della fame, hanno raccontato le loro storie ai solidali che in più occasioni si sono raccolti oltre il muro battendo ferri e gridando forte. Storie come quella di Said, che ha cercato di saltare il muro ma è stato preso e pestato a sangue. Storie di psicofarmaci nel cibo per tenere "buoni" tutti rincoglionendoli.
Al CPT chi protesta, chi chiede cure, chi resiste alla deportazione viene
spogliato e ammanettato mani e piedi. Poi la parola passa ai manganelli.
I responsabili della Croce Rossa hanno negato ogni responsabilità,
accusando gli immigrati di mentire, di mentire sempre, di mentire per
vocazione, parole razziste per coprire le proprie responsabilità di fronte
alla morte di uomo.
La magistratura ha aperto un´inchiesta sulla morte di Hassan mentre la
polizia, giorno dopo giorno, deportava i testimoni di quella notte di maggio. Alla fine non resterà più nessuno che possa raccontare questa storia di ferocia e indifferenza che poco a poco scompare dalle cronache.
La storia di chi vive e muore oltre il muro del CPT, la prigione dove i
senza carte vengono rinchiusi prima della deportazione. Uomini e donne
emigrati dai loro paesi per fuggire la fame, la guerra, le persecuzioni,
venuti in Italia per cercare un´opportunità di vita, per riprendersi la
fetta di futuro negata a chi nasce alla latitudine sbagliata.
Nel nostro paese - dove tutele e diritti sono ormai un miraggio anche
per gli italiani - gli immigrati per campare la vita la rischiano ogni giorno,
lavorando sotto il ricatto pesante dei padroni che non regolarizzano per
mantenere forte il ricatto. Anche i pochi che hanno le carte possono perdere tutto, perché chi perde il lavoro, perde anche le carte.
In nome di una - falsa - emergenza sicurezza verranno spesi decine di
milioni per i soldati che pattuglieranno le città. L´emergenza, quella vera, quella del lavoro che non c´è, del lavoro che uccide, della precarietà a vita, dei servizi solo per chi paga, viene messa in secondo piano, nascosta dalla propaganda razzista, la propaganda che alimenta e propaga il fuoco della guerra tra poveri.
Esercito e polizia per le vie servono solo a tenerci tutti, italiani e immigrati, sotto il tallone di chi, ogni giorno, lucra sulle nostre vite.
I padroni e i governanti scommettono sulla guerra tra poveri, per imporre
il loro ordine - un ordine fatto di violenza e sfruttamento bestiale.
Sta a noi tutti, i senza potere, riallacciare i fili spezzati della solidarietà, resistendo ai soprusi, alle violenze, alle deportazioni.
In questa sera di prima estate, mentre in piazza brillano i fuochi di
S.Giovanni, vogliamo ricordare che in questa città c´è chi muore perché
un´organizzazione umanitaria ha lasciato che un uomo agonizzasse per
un´intera notte senza ascoltare le grida di chi, "come cani al canile",
gridava inutilmente.
Quel muro, il muro del CPT, è il segno simbolico e reale del baratro nel
quale sta precipitando la nostra società. Sta a noi buttarlo giù.
Fuochi di S. Giovanni? Fuoco al CPT!
Federazione Anarchica Torinese - FAI
Corso Palermo 46 Torino - la sede è aperta ogni giovedì dalle 21.
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Domenica 15 giugno 2008
Caselle (TO): azione antimilitarista
Striscioni contro gli eserciti e l´Alenia, "morti" e fumogeni alla
rotonda all´ingresso del paese. 6 anarchici fermati dai carabinieri e trattenuti in caserma per un´ora e mezza.
Nel tardo pomeriggio del 6 giugno a Caselle alcuni antimilitaristi
anarchici hanno detto la loro sull´arredo urbano di una rotonda
piazzata all´ingresso del paese, di fronte ad un noto supermercato della zona. Ormai da tre anni in centro alla rotonda è stata piazzata una freccia
tricolore della Fiat, uno di quei "giocattoli" che vengono usati durante
le parate per rendere bello lo spettacolo della guerra. I velivoli sfrecciano nel cielo segnandolo con lunghe scie tricolori: le acrobazie tengono col fiato sospeso e tentano di accendere il sentimento patriottico di chi assiste. Funamboli con un fiocco tricolore per la propaganda di guerra, per esaltare il mestiere delle armi, quello dell´assassino di professione, il militare, pagato per seminare la morte, per fare strage e distruzione. Un´orrenda ipocrisia, come quella di chiamare la guerra "pace" e gli interventi come quello in Afganistan "missioni umanitarie".
La rotonda di Caselle è stata finanziata dal Penny Market, che si trova di
fronte, e dall´Alenia, fabbrica d´armi che proprio a Caselle ha un suo
stabilimento, e dove gli aerei militari vengono collaudati.
Numerosi manichini sono stati collocati sotto l´aereo, in ricordo delle
vittime delle guerre e di chi sulla guerra lucra, come i fabbricanti d´armi.
All´aereo sono stati appesi due striscioni "No a tutti gli eserciti" e
"Alenia fabbrica guerre". Fumogeni colorati hanno inaugurato la nuova
rotonda, trasformata in luogo antimilitarista dove si ricordano le vittime
di tutte le guerre, di tutti gli eserciti.
Un´azione simbolica per ricordare che l´Italia è in guerra e che fermare la guerra è necessario e possibile, lottando per la chiusura di basi, caserme, aeroporti e fabbriche di morte.
Sei anarchici che si trovavano nei pressi della rotonda, dove è stata fatta l´azione antimilitarista, sono stati fermati dai carabinieri, che li hanno portati in caserma trattenendoli per oltre un´ora e mezza. Chi ricorda che l´Italia è in guerra deve essere subito fermato. I solerti tutori dell´ordine bellico si sono affrettati e rimuovere immediatamente i manichini, gli striscioni e persino i tubi dei fumogeni. Evidentemente nulla deve turbare la pace dei militaristi e dei guerrafondai, nessuno deve pensare che le armi prodotte a due passi da casa sua servono ad ammazzare gente inerme.
Ai passanti è stato distribuito un volantino che riportiamo sotto:
Boicottare gli eserciti, le basi, le fabbriche di morte
Tempo di guerra
L´Italia è in guerra. Truppe tricolori combattono in Afganistan. Lo
chiamano "peace keeping": suona meglio e mette la coscienza a posto.
Ma, là, in Afganistan, ogni giorno bombardano, uccidono, imprigionano,
torturano. A morire sono uomini, donne e bambini. In silenzio. Sette
anni di guerra e dicono che sono lì per mantenere la pace. Dicono che sono
lì per la libertà. Dopo sette anni le donne sono ancora incarcerate sotto
i burqua, le poche scuole per bambine vengono fatte saltare in aria, le
attiviste vengono uccise. In Afganistan e in Iraq gli stessi cittadini
statunitensi hanno pagato e pagano un pesante tributo in sangue e
soldi per questo massacro senza fine. Ma che importa? Gli affari dei
petrolieri e dei fabbricanti di armi vanno a gonfie vele.
In Afganistan sono oltre 2.800 i soldati italiani armati di tutto punto,
elicotteri da attacco Mangusta compresi, sempre più spesso impegnati
in operazioni belliche. A sentire il nuovo ministro della guerra, in mimetica
e scarponi, è tempo di cambiare le regole di ingaggio per i "nostri"
soldati. Ossia dar loro mano libera nel fare la guerra.
Tutto questo orrore costa a tutti noi milioni di euro, sottratti a scuola,
trasporti, sanità, tutela del territorio. La spesa di guerra comprende il
mantenimento di basi, caserme, aeroporti, nonché un congruo numero di
ben addestrati assassini di professione, la guerra diventa sempre più
vicina. I governi di destra e quelli di sinistra hanno a fatto a gara nel
finanziare le imprese belliche, promovendo la costruzione di nuovi sistemi
d´arma e installazioni militari.
A Vicenza vogliono fare la più grande base militare USA d´Europa,
rafforzando il ruolo dell´Italia come gigantesca portaerei statunitense al
centro del Mediterraneo. A Novara stanno per costruire uno stabilimento
per l´assemblaggio dei nuovi bombardieri F35, giocattolini che possono
portare anche ordigni nucleari che costano intorno ai 150 milioni di euro
l´uno. Anche negli stabilimenti Alenia di Caselle e Torino lavorano a
queste nuove macchine di morte.
È notizia di questi giorni che in Campania l´esercito presidierà sette siti che il governo ha dichiarato di importanza strategica, le sette discariche "segrete" scelte per affrontare la perenne emergenza mondezza.
Così gli affari, quelli leciti e quelli illeciti - ma vi è poi vera differenza? - potranno andare avanti. Per chi protesta perché non vuole i rifiuti nelle uniche aree verdi o, come nel caso di Serre, nel più importante serbatoio di acqua potabile della regione, c´è la galera sino a 5 anni. Niente raccolta differenziata, niente riciclo, niente politiche rispettose dell´ambiente: si militarizza il territorio e si trattano i cittadini in rivolta come delinquenti. È la guerra. La guerra interna.
Serve anche questa a mantenere la pace, la pace sociale. È una china pericolosa, lungo la quale, una a una se ne vanno le nostre esigue libertà: oggi è la volta di chi si oppone all´avvelenamento del posto dove vive, domani toccherà ai No Tav e a tutti coloro che si battono contro la devastazione del territorio e il saccheggio delle risorse.
Guerra interna e guerra esterna sono due facce della stessa medaglia:
quella del potere che perpetua se stesso ad ogni costo, quella del profitto che macina vite, risorse e futuro della più parte di noi.
Opporsi alla guerra senza opporsi al militarismo, senza opporsi all´esistenza stessa degli eserciti, vere organizzazioni criminali legali,
è mera testimonianza.
Fermare la guerra, incepparne i meccanismi è un´urgenza che non
possiamo eludere. A partire da noi, dal territorio in cui viviamo, dove ci sono caserme, aeroporti, scuole militari, fabbriche d´armi. A partire dalle
nostre piazze dove campeggiano come "eroi" le statue dei macellai di
tutte le guerre: simboli da cancellare perché il militarismo è un´aberrazione
indecente.
Non basta dire no alla guerra in Afganistan, alla militarizzazione della
Campania, alla base di Vicenza o agli F35 a Novara e a Torino: occorre
mettere sabbia e non olio nel motore del militarismo.
Contro tutte le guerre, contro tutti gli eserciti
Federazione Anarchica Torinese - FAI
Corso Palermo 46 - la sede è aperta ogni giovedì dalle 21 in poi -
distribuzione di libri e stampa anarchica
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