Crisi e classe
10 aprile 2009
La crisi finanziaria mondiale, ormai tutti lo ammettono, avrà pesanti ricadute sulla condizione del proletariato, sia in termini di disoccupazione, che di potere d’acquisto
dei salari e delle condizioni lavorative.
Per non parlare dell’induzione sociale più larga che la crisi produrrà sui servizi sociali, su prezzi e tariffe, sulla qualità della vita.
Tutti lo ammettono ma, come sempre, l’individuazione delle cause, il giudizio su di esse e la “cura”, risentono inevitabilmente della collocazione politica e di classe dei commentatori.
Come comunista penso si debbano mettere bene in luce i meccanismi classici del capitalismo che stanno alla base della crisi: la sovrapproduzione, soprattutto finanziaria e creditizia; gli squilibri
tra produzione e consumo; lo sviluppo ineguale tra paesi ed aree; la concentrazione e centralizzazione del capitale.
Essi si sommano, e s’intrecciano al nuovo dell’epoca del liberismo imperialista, come l’assurgere al ruolo di creditori da parte dei paesi di nuova industrializzazione e l’ingresso nei processi di
valorizzazione del capitale di tecnologie informatiche, biotecnologie. Lo stesso sviluppo abnorme del credito al consumo può anche essere definito “processo di privatizzazione del welfare ed del
deficit spending”.
Vanno in fumo, clamorosamente, 30 anni di ideologia liberista sul mercato mondiale quale “regolatore spontaneo” nell’allocazione delle risorse.
Miti individualisti (il “fai da te”), proprietari ed iper-consumisti rimangono nelle teste di molti solo come difese ideologiche verso riaffioranti paure ataviche … ma non hanno più “spinta
propulsiva”.
Il tanto aborrito intervento pubblico, da matrice di inefficienza e stagnazione economica, diventa di colpo l’ancora di salvezza verso banche ed industrie.
I governi approntano celermente piani di intervento per arginare la voragine della crisi; pur dosando le risorse e ribadendo la “temporaneità” delle misure adottate. L’ingresso statale nelle banche –
ad esempio – viene visto come tampone, per poi rivendere con profitto le azioni acquistate quando, si ritiene, la bufera sarà passata.
E’ l’opinione autorevole di Jean Paul Fitoussi, presidente dell’OFCE (Osservatorio Francese delle Congiunture Economiche). “Come il 1929, l’anno della Grande Crisi?” gli chiedono. E lui: “Non credo,
perché oggi i governi non stanno facendo gli stessi errori di allora. Persino i più liberali nazionalizzano le banche allo scopo di ristabilire la fiducia nel sistema” (Il Manifesto 3/10/08). Ed
aggiunge che è un “affare” … si può rivendere titoli e banche fra qualche anno e farci i soldi!
Una sostanziale nazionalizzazione della finanza e dell’immobiliare, la ricapitalizzazione diretta del sistema bancario, l’estensione delle garanzie sul credito bancario: sono temi classici del “New
Deal”, ripresi oggi dai neoliberisti in funzione anti-crisi.
Siamo ad un’inversione del ciclo liberista? E’ presto per dirlo. Questa crisi, ha anche delle assonanze con il “Great Crash” del ’29 in talune sue forme (tonfo clamoroso dei titoli finanziari, panico
borsistico a catena, pesanti ricadute occupazionali, arresto dei consumi), ma si manifesta in un diverso quadro mondiale.
E’ vero che “l’avvitamento USA” si è riprodotto rapidamente in Europa, mettendo in serio rischio Bielorussia (che ha chiesto aiuto all’F.M.I.), Islanda (dove si è dovuto rianimare sei banche),
Ungheria (i tassi d’interesse si sono di colpo alzati dall’8,5% all’11,5% e sono dovuti accorrere BCE e FMI con 5 miliardi di dollari), Ucraina.
I parametri di Maastricht, le politiche di vigilanza sui debiti pubblici, diventano “flessibili” perché ora la Commissione Europea, di fronte a “circostanze eccezionali” e alla pressione
franco-tedesca ... tollera lo splafonamento dei vincoli. L’obiettivo di avere un pareggio di bilancio entro il 2012 viene accantonato.
Negli USA i pignoramenti delle case sono aumentati del 71% in un anno; i sussidi di disoccupazione salgono in maniera esponenziale.
Il colosso General Electric e tutte le industrie automobilistiche sono alle prese con un secco calo di ordinativi, a cui reagiscono con chiusure prolungate e con decine di migliaia di
licenziamenti.
Ma rispetto al ’29 non ci sono più imperi coloniali chiusi, che limitavano in un certo qual modo la circolazione del capitale.
C’è in più l’incognita dell’Asia e dei PNI [Paesi a Nuova Industrializzazione] sull’economia mondiale (Cina in particolare, ma non solo). C’è una rotazione del capitale che, nonostante la crisi, è
aumentata dell’11% a livello mondiale rispetto al 2007 (dati del FMI). L’aumento della massa del plusvalore su scala mondiale fa da pendant alla caduta del saggio di profitto. La massa del capitale
circolante, unito alla riduzione del tempo di rotazione, aumenta ulteriormente il plusvalore mondiale, tenendo in piedi le condizioni del liberismo. Gli attuali flussi di migrazione della
forza-lavoro, mai così estesi e duraturi, possono subire pesanti contraccolpi in seguito alla crisi (immigrati come prime vittime), ma il loro insostituibile e organico ruolo di ringiovanimento della
forza lavoro delle metropoli rende impraticabili chiusure protezionistiche di lungo periodo sul mercato della forza lavoro.
Inoltre, la reazione dei governi è stata più rapida e massiccia che nel passato nell’impedire fallimenti a catena degli istituti bancari (vedi per tutti il salvataggio di Citigroup, prima azienda
statunitense di servizi finanziari per fatturato, e prima del mondo per capitalizzazione ancora nel 2007).
Potrebbe trattarsi di una crisi finanziaria di riproporzionamento del capitale, a tutto vantaggio dell’area asiatica. Non ingannino i crolli borsistici, legati per lo più alla svalutazione del
dollaro, che investono anche le piazze finanziarie del continente. I 60 milioni di dollari che il Fondo Comune ASEAN ha messo in campo per fronteggiare la crisi non è granché, ma è solo l’inizio. Nel
frattempo, però, assistiamo ad un micidiale rialzo dello Yen e soprattutto all’emergere della Cina nel ruolo di prima potenza creditrice.
Questo ascendente capitalismo di Stato (e privato) iperliberista ha 2000 miliardi di dollari di riserve valutarie che, canalizzate verso titoli del debito pubblico USA, hanno contribuito a comprimere
i tassi di interesse e, indirettamente, allo scoppio della bomba mutui subprime. C’è richiesta diffusa di una nuova Bretton Woods. Se così fosse, essa non farebbe che sancire i nuovi rapporti
monetari e politici fra potenze imperialistiche, senza ovviamente risolverne minimamente le contraddizioni di fondo, che risiedono nell’accaparramento del plusvalore.
E’ diffusa dai gazzettieri borghesi l’idea che la crisi sia dovuta a speculazioni finanziarie “cattive”, a tutto danno della produzione, dell’economia “reale”.
Ma la creazione del capitale finanziario attraverso la concentrazione della produzione e la simbiosi tra banca e industria, nonché la nascita e lo sviluppo di vere e proprie oligarchie finanziarie,
che detengono il controllo effettivo dei mezzi di produzione, tutti fenomeni che il marxismo ha scoperto, ci riportano alle vere dinamiche della crisi.
Si sta verificando una valorizzazione del capitale che sposta il suo baricentro nell’area asiatica, diventando così il substrato della dinamica di bilancia tra le potenze. Questa traslazione non ha
però il potere di mettere in subordine le ricadute della crisi sul ciclo.
La pur doverosa analisi dei rapporti mondiali fra le potenze non può e non deve mettere in sordina le domande e le risposte inerenti la condizione operaia.
Non è questa una crisi del credito che coinvolge puramente e semplicemente le relazioni globali tra Stati, ma l’ingorgo di un capitale drogato che, nei paesi maturi, sposa la massa di plusvalore
accumulato dall’investimento “produttivo” ad operazioni finanziarie e speculative.
Che poi faccia gioco alla Cina, potenza creditrice e seconda esportatrice manifatturiera mondiale, inserirsi tra il declino USA e la debolezza politica dell’imperialismo europeo, è cosa ovvia.
Ma non si può mai perdere di vista che la crisi sgorga dalla struttura economica. Coi suoi riflessi sociali e di classe … Quali? In tutte le metropoli (ma anche in Cina) è già in corso un’ondata di
licenziamenti e il quasi blocco delle assunzioni, che determina un forte aumento della disoccupazione, relativamente bassa nell’ultimo ciclo di espansione. L’OCSE (26/11) per i 30 paesi aderenti
prevede l’aumento della disoccupazione dai 34 milioni ai 42 milioni di unità entro i prossimi due anni. Per l’Italia un aumento percentuale dal 6,9% del 2008 all’8% del 2010, nell’ipotesi di una
recessione del PIL nazionale dello 0,4% nel 2008 e del 1% nel 2009.
Il quadro non va però assolutizzato, pena cadere succubi di visioni pauperistiche tipo “impoverimento di massa”, che non aiutano a capire potenzialità e limiti di ciò che stiamo vivendo.
L’I.LO. (Organizzazione Internazionale del Lavoro), nel suo “Rapporto globale sui salari” ipotizza sì un –0,5% nel 2009 per i salari dei paesi industrializzati. Ma come media mondiale dei salari il
dato segna un +1,1% (+1,7% nel 2008), che si collega al persistere di un forte processo di proletarizzazione. Prendiamo queste previsioni con le pinze; ma ciò non toglie che una visione che consideri
solo gli aspetti, certamente esistenti, di calo dell’occupazione e di potere d’acquisto dei salari nelle metropoli di vecchia data, trascurando i tratti caratteristici della proletarizzazione e
dell’inurbamento dei paesi a nuova industrializzazione, non permette di valutare il segno e la portata del ciclo di lotte operaie che la crisi potrà produrre.
La scansione, la durata e l’intensità di esse non possono essere definite a tavolino; ma, escludendo possibilità di lotte rivoluzionarie nel breve periodo, non è irreale pensare ad una combinazione
tra lotte contro disoccupazione e precarietà nelle cittadelle dell’imperialismo e lotte tradeunioniste di industrializzazione nei capitalismi emergenti. La durata e la profondità della crisi potrebbe
favorire un processo di tale portata, senza ovviamente risolvere il problema della sua unificazione e direzione politica.
Anche qui: difficilmente ci troveremo di fronte, nelle metropoli, come nel ’29, a masse di disoccupati espulsi dalle grandi fabbriche che premono per rientrarvi. Molte di queste fabbriche sono
approdate in Asia o Eurasia; ed in quelle rimaste nelle metropoli la composizione della forza-lavoro, la sua stratificazione, l’occupazione femminile, i patrimoni, la corruzione ideologica giocano un
pesante ruolo di freno: se non alla lotte, sicuramente ad un fronte unitario di lotta di una certa consistenza e durata. Spetterebbe allora al giovane proletariato dei P.N.I. fornire energie ed
intelligenze per tenere il livello dello scontro e far avanzare concretamente una vera solidarietà internazionale di classe, partendo dalla critica delle armi, di come ci si scontra coi moderni
meccanismi di sfruttamento transnazionali.
Scuola, questa, aborrita dai troppi rivoluzionari del Vecchio Continente, spesso pretenziosi nell’elaborazione quanto vacui nelle indicazioni pratiche di lavoro e di lotta. I “catastrofisti
permanenti”, quelli della crisi generale sine-die, vanno in coppia cogli “sviluppisti pervicaci”, quelli dei tempi lunghi che non si accorciano mai. Il loro tratto comune è il rifiuto di sporcarsi le
mani, di mettere in discussione i loro partiti o partitini con azioni di contrasto diretto dei meccanismi dello sfruttamento operaio.
Il loro “marx-leninismo” consunto mal si presta a creare addentellati nella carne viva della classe operaia, di cui pur si ritengono storici interpreti.
La sinistra comunista italiana, pur capace nel passato di produrre importanti riferimenti di dottrina e di strategia, è oggi incapace di compiere quel salto di qualità internazionale-operaio in grado
di coagulare su degli obiettivi di lotta anticapitalista. Dopo la “fiammata” di 40 anni fa, nel giro di pochi anni siamo ritornati alla logica delle conventicole e la classe reale è ridiventata per
troppi di noi astratta materia di dispute teologiche.
Come negli anni ’60 e ’70 ci volle del tempo perché il movimento rivoluzionario, influenzato dalle ideologie del capitalismo di Stato, trovasse il modo di collegarsi con le nuove istanze e lotte del
movimento operaio delle cittadelle dell’imperialismo, oggi è ora di riprendere quel filo interrotto e collegarsi con il movimento operaio reale, a partire dal lavoro vivo e dalle condizioni del
rapporto di sfruttamento. Mettere a punto la storia e la cronaca degli scontri di classe che ci sono e ci saranno sempre di più, piccoli o grandi che siano, significa decolonizzarci dal nostro abito
mentale eurocentrico, smetterla di ritenersi sempre depositari dell’ultima parola in tema di rivoluzione e socialismo.
Definire obiettivi comuni di lotta contro la crisi scaricata sugli operai, coinvolgere direttamente le forze disponibili, raccoglierle, rendersi visibili, organizzare mobilitazioni permanenti.
In caso contrario continueremo ad abbaiare alla luna e avremo perso, forse, un altro treno per la ripresa del movimento rivoluzionario.
Graziano Giusti
