COLLEGARE LE LOTTE OPERAIE
16 maggio 2009
Resistenza di classe alla crisi capitalistica. Lotta autorganizzata senza “sponde” parlamentari. La coscienza di classe nasce dalle esperienze più avanzate di lotta e si collega politicamente con le avanguardie proletarie. Nella prassi quotidiana. Nelle azioni di contrasto contro l'ordine costituito ed i suoi sostenitori.
Da quando, nell'Ottobre sorso, è scoppiata la bolla dei mutui subprime, e con essa la crisi capitalistica mondiale, i marxisti s'interrogano ovviamente sulle
caratteristiche di questa crisi e sugli effetti che essa potrà avere nel ciclo delle lotte operaie.
Un gruppo di compagni, provenienti da esperienze di militanza nella sinistra comunista, trovatosi tra l'altro espulso dal processo produttivo, ha cominciato ad interrogarsi
sul come intervenire concretamente nelle vicende della classe.
E' stato chiaro da subito che questa crisi avrebbe investito con violenza e durata i livelli occupazionali e salariali del proletariato. Prima con l'espulsione in sordina
dei lavoratori precari, poi con il ricorso massiccio alla cassa integrazione ordinaria e straordinaria, nonché alla mobilità. Tenendo presente che i più colpiti dalla crisi, i precari ed i dipendenti
delle microimprese al di sotto dei 15 dipendenti, non avrebbero potuto usufruire neppure dei risicati “ammortizzatori sociali.”.
Ci siamo allora chiesti se non valeva la pena di provare a rompere quel clima “concertativo” o, peggio ancora, di “solidarietà nazionale” che i gazzettieri della borghesia
già cercavano di diffondere a piene mani tra i lavoratori.
Come? Tornando sistematicamente ai cancelli delle fabbriche, per proporre agli operai dei chiari obiettivi di lotta validi per tutti, che facessero uscire i diretti
interessati dal “tran tran” di una pacifica gestione del proprio funerale.
Proporre - contattare - collegare - organizzare. Venendo per forza dall'esterno, ma non stando “esterni” alle lotte, anzi partecipandovi a peni titolo,
aiutando gli operai a sostenerle. Sistematicamente e totalmente, non episodicamente o per imbellettarsi politicamente. Venendo dall'esterno, ma cercando di diventare “interni”: sviluppando contatti
fattivi con i lavoratori in lotta più sensibili, con i lavoratori migranti... Per poter dire anche noi qualcosa di autorevole dall'interno.
E tenendo sempre fermo un principi: quello dell'autorganizzazione. Conti chi lotta, non chi si risciacqua la bocca con la “lotta”. L'ultima parola spetta i
lavoratori interessati e non a qualcuno che “li rappresenta”.
Così ci siamo messi al lavoro.
La provincia di Bergamo, dove svolgiamo la nostra attività, era fino a qualche mese fa quella che potremmo definire “un'isola felice” di piena occupazione e di tanti
straordinari. Una provincia con un grosso peso manifatturiero, soprattutto nel settore metalmeccanico. A parte la crisi cronica e datata di settori obsoleti per le metropoli, come la siderurgia ed il
tessile, con pesanti ricadute nelle valli, per gli altri era tutta una corsa allo straordinario, con una forte mobilità di manodopera e un saldo largamente attivo tra apertura di nuove aziende e
cessazioni...
Oggi l'incanto è finito. E non perché qualcuno lo ha deciso, bensì perché il meccanismo si è inceppato.
Se sia una crisi dove l'aspetto prevalente è la caduta del saggio di profitto, o la sovrapproduzione di merci e di finanza, o la redistribuzione squilibrata del plusvalore
tra aree e gruppi di potenze... sono tutti fattori su cui esercitare ed affinare gli strumenti analitici che possediamo.
Ciò che non possiamo mai dimenticare – se vogliamo essere protagonisti di classe e non dei puri e semplici “osservatori” - E' che il minimo comune denominatore di
questa crisi è la collisione tra capitale e lavoro a livello mondiale, i quali ad un certo punto non possono più stare insieme "pacificamente". Ragion per cui l'esistenza dell'uno diventa condizione
della demolizione dell'altro.
Ecco allora che, prevalendo la classe che detiene il plusvalore e tutti i relativi apparati politici, militari, ideologici... il regolamento dei conti si scarica sui
lavoratori: fallimenti a catena, chiusure o drastici ridimensionamenti di aziende, licenziamenti, precarietà, salari sempre più bassi, tagli ai servizi essenziali.
A tal punto che, quand'anche ci fosse la fantomatica “ripresa” si comprimerebbero verso il basso vuoi il lavoro, vuoi il livello generale di sussistenza degli
operai.
Questa crisi, oltre ai motivi sopra citati, porta con sé uno “statalismo di ritorno” che, utilizzato a piene mani per non far crollare il sistema, può in un certo qual modo
fomentare dei debiti pubblici esplosivi.
Se la crisi si trascina ed affonda – con tutti i pericoli potenziali del protezionismo nazionalista, del populismo, della classica “guerra tra poveri” - E' più che
mai necessario porre all'ordine del giorno l'autorganizzazione degli sfruttati.
Questo perché l'autoreferenzialità dei partiti istituzionali ed il loro inveterato cretinismo parlamentare sono vie mortifere per noi lavoratori.
Come è altrettanto fuori gioco l'auto-referenzialità anche di molti partitini fuori dal parlamento chiusi nel loro recinto. Il metro di misura oggi non può essere l'attesa
che qualcuno faccia per noi le cose che tocca a noi in prima persona fare.
Tutto ciò comporta la ripresa di uno stile di militanza, e di vita che rimetta all'ordine del giorno l'unione di una classe divisa dal capitalismo.
Unione su temi che oggi acquistano valenza economica e politica: il salario garantito, la riduzione d'orario a parità di salario, l'aumento e l'estensione degli
ammortizzatori sociali, la resistenza a ogni licenziamento, l'abolizione delle leggi razziste e di quelle sul precariato.
Sono lotte “economiche” perché non fuoriescono dai rapporti capitalistici di produzione, ma sono pure lotte “politiche” perché, se condotte coerentemente, intaccano i
meccanismi di distribuzione del plusvalore, coalizzano la classe, fanno fare ad essa un salto qualitativo nel porsi classe internazionale “per sé”.
Dobbiamo provare a smuovere strati significativi di lavoratori dalla logica del “proprio orticello” e far sì che essi possano collocare in una visione e – si spera – in un
movimento più ampi l'esperienza acquisita partendo dalla propria realtà.
Dobbiamo provare a dare finalmente la parola, collegandoci con le fabbriche in lotta, a quella generazione di 30-40 anni che solo ora è gettata, di schianto, nelle tempesta
politico-sociale e può essa cogliere una grande occasione di MATURAZIONE SUL CAMPO... e non nell'esercizio del voyerismo televisivo o della delega schedaiola.
Secondo noi questa crisi ha e avrà il pregio di chiudere definitivamente un'epoca: quella del capitalismo riformabile, dal “volto umano”... “temperato”, come ebbe a dire
qualche anno fa il signor Prodi.
Un capitalismo che magari sfrutta e ammazza su tutto il globo, ma che tratta i suoi lavoratori indigeni, tutto sommato, come “cittadini – consumatori”: molta carota e poco
bastone. Fatta eccezione, ovviamente, per quelli che via via pagano – anche con la vita – le “delizie” del mercato.
Un capitalismo che, insieme alle istituzioni tutte, ai partiti politici allineati, ai sindacati di Stato collaborazionisti, da troppo tempo riesce sempre a far quadrare i
conti.
Un sistema dove la “collaborazione” e la logica del “male minore”, della tranquilla gestione dell'esistente hanno ingrassato padroni e burocrazie di ogni tipo.
Epoca finita. Si gira pagina. Con tante incognite... ma anche con tante opportunità per chi non ammaina la bandiera della lotta di classe e dell'internazionalismo.
Espressione, quest'ultimo, dell'azione e dell'elaborazione di operai di ogni razza, nazione e cultura e non dei populismi alla moda.
Finisce la separazione netta, la muraglia, tra lotta economica e lotta politica: quella che ha fatto la fortuna dei grandi partiti “di massa” della
sinistra. Non solo nell'epoca del capitalismo post-bellico del Welfare, ma anche prima.
All'epoca in cui c'erano – ed il riformismo li supportava e li blandiva in funzione anti-rivoluzionaria –margini economici di miglioramento reale per i
lavoratori rimanendo dentro il capitalismo; anzi, a volte favorendo lo sviluppo del capitalismo stesso.
Poggiandosi su questa “muraglia” la socialdemocrazia ha fatto la sua fortuna, estraniando gli operai dalla lotta per il potere. Pure lo stalinismo vi ha fatto le sue: il
sindacato come “cinghia di trasmissione” del partito, che all'occorrenza lo scarica nella gestione delle “basse” questioni economiche; il partito che racchiude in sé le “magnifiche e progressive”
sorti dell'umanità. Così giustificando mille porcherie come “summa politica rivoluzionaria” si è potuto spacciare per socialismo uno Stato-Partito padrone e sovrano.
Oggi tutto ciò non è più. Non esistono più questi margini “riformisti”: col mito del liberismo muore anche quello del riformismo, perché la corsa al profitto e
all'accaparramento dei mercati è così feroce che non concede margini all'avanzamento sociale delle masse salariate, se non al prezzo di trasformare ogni lotta economica in lotta
politica.
Dobbiamo certamente essere in grado di cogliere l'elevatezza di questa o quella lotta, e la sua portata, affinché non manchi mai la coscienza della potenzialità degli
obiettivi per i quali ci si batte; ma la lotta di classe oggi - se è tale - è lotta politica.
Senza dover attendere la “benedizione” di alcun partito.
Le nuove generazioni operaie sono chiamate a condurre IN PRIMA PERSONA la lotta per i loro interessi, immediati e di prospettiva. Con l'autorganizzazione
appunto.
Che non rifiuta la necessità del Partito Rivoluzionario, ma la fa sorgere dall'incontro tra militanti e operai sul comune terreno della lotta di classe; non da postulati
intellettualistici calati dall'alto.
La nostra rete Operaia e precaria intende dare visibilità ai temi della difesa di classe, partendo da una strenua opposizione ai licenziamenti, radicandosi sul territorio e
cercando di espandersi in altre realtà.
Così siam entrati in prima persona nella lotta della S. Pellegrino: 282 “esuberi” messi in mobilità dalla multinazionale Nestlè, di cui 120 a Ruspino, in Val
Brembana.
Gli operai hanno reagito compatti picchiando giù 60 ore di sciopero in 20 giorni, con blocchi di cancelli, cortei, presìdi.
Il 1°aprile questi licenziamenti sono stati ritirati, anzi c'è l'impegno aziendale di assumere interinali... questo per dire poi come i padroni ci marciano sulla
crisi.
Certo, la partita continua, perché è ovvio che l'azienda non rinuncerà a far “quadrare” i suoi conti, ma il segnale è stato dato a tutta la provincia: respingere i
licenziamenti si può! E si può pure assumere in periodo di crisi... pensate un po'!
Questo va ascritto in gran parte alla determinazione dei lavoratori, che hanno messo subito sul “chi va là” i confederali. E le trattative sono state fatte con la fabbrica
in sciopero... altroché sospendere le lotte appena il padrone si siede ad un tavolo! Ripeto: ci riproveranno a buttar fuori i lavoratori con dimissioni volontarie o altro... ma “eppur si
muove”!
Eppoi la Indesit di Brembate Sopra. Ci siamo collegati alla loro realtà, andando ai cancelli ed anche alla manifestazione nazionale di Torino, nonostante i lavoratori siano
da mesi in CIGO a zero ore, con brevi intervalli lavorativi. Siamo pronti a sostenere con loro l'urto di nuove mazzate, perché la ventilata chiusura del sito di None torinese, che sembra rientrata,
seppur con costi pesantissimi (450 in CIGS su 550 addetti), può ritorcersi sui 450 di Brembate.
Siamo intervenuti anche alla Brembo Freni dell'arrogante Bombassei, vicepresidente della Confindustria, che mette l'880% della forza-lavoro in CIGO a Curno ed a Mapello e
getta 300 interinali tutti in un colpo. Qui la FIOM fa le cause legali per farli riassumere, ma la logica è sempre quella del “minor danno”...
Alle Cartiere Pigna di Alzano Lombardo, in Val Seriana, siamo entrati a vertenza già compromessa: su 338 addetti sono stati messi in CIGS 130, dentro un piano di
ristrutturazione edilizia e commerciale. I lavoratori pakistani di una cooperativa interna erano stati già liquidati. Un compagno delegato, che li aveva difesi, è stato licenziato a sua volta, ed ora
fa parte del nostro gruppo.
Questi sono, per ora, i casi più rilevanti della provincia. Ancora la crisi non “morde” a fondo. Il largo uso di ammortizzatori sociali, pure dilazionati, a rotazione,
privilegiando quelli “soft” come la CIGO, e a volte con integrazioni economiche delle aziende (vedi i “Cantieri Riva” di Sarnico – 200 dipendenti), smussano l'impatto sociale. Se ci aggiungiamo che
sono arrivati da Roma pure i soldi per la Cassa in Deroga per tutto il 2009, ci rendiamo conto che dovremo intervenire con continuità nella classe senza aspettarci chissà quali fiammate. Almeno per
ora.
Ciò non toglie che ci sia una attenzione palpabile alla serietà delle iniziative e delle proposte che portiamo ai cancelli delle fabbriche. Così come davanti alle scuole,
nei presìdi di piazza... dovunque sia opportuno.
Bisognerà vedere quanto potrà durare il “pompaggio” di denaro pubblico e cosa ciò comporterà.
Allora, con calma, perseveranza e attenzione, si tratta di tessere bene questa rete e di essere dentro le lotte che ci sono e ci saranno. Di maturare esperienze
significative che facciano da catalizzatore e producano quadri operai in grado di risalire la china.
In fondo, molto del nostro futuro nei mesi e negli anni a venire, dipenderà da come sapremo muoverci in questo periodo di "guerra di posizione".
Graziano Giusti
fonte: www.paginemarxiste.it
