Né codisti, né elitari, né fatalisti
19 gennaio 2010
Lavoratori in sciopero alla S.Pellegrino (marzo 2009)
Da nove mesi ormai si è aperta “ufficialmente” la crisi economica e finanziaria mondiale, a cui i mutui sub-prime americani hanno fatto da detonatore.
Tutta la sinistra rivoluzionaria - partitica,associativa e movimentista - si è messa d’impegno a cercare d’individuare caratteristiche-tempistiche-cadute e
ricadute di questa crisi, producendo analisi in alcuni casi sicuramente pregnanti.
Ma, come diceva Engels: “ The proof of the pudding is in the eating”… la prova del budino è nel mangiarlo.
Qual è per noi la prova del budino? E’ il capire quanto e come la crisi abbia le sue ricadute nella classe, per sviluppare un’azione
politica, partendo dalle esigenze operaie, in grado di collegare concretamente strati di proletari al movimento rivoluzionario.
Questo è l’imperativo a cui ci chiama la crisi del capitalismo attuale. E se noi, per faciloneria, per settarismo, per un malinteso senso d’“élite”, per fatalismo, non
sapremo attuare nel breve-medio periodo alcun collegamento … dovremo seriamente chiederci a cosa servono tutte quelle sigle e quei proclami che portiamo in giro.
Riprendo il discorso dalla “provincia” bergamasca, che economicamente tanto “provincia” non è, se la sola città capoluogo, su 117.000 residenti, registra, a gennaio 2009,
oltre 13.000 imprese! Uno dei tassi più alti del territorio nazionale … Qui la crisi, e lo vedremo, ha colpito e colpisce duro l’occupazione, in tutte le sue tipologie, ma non c'è
tracollo di aziende!
L’“Infocamere” di Bergamo, nell’aprile scorso, segnalava che le aziende iscritte alla Camera dell’Industria e del Commercio della provincia passano da 93.959 di fine
2008 a 93.431 al 31.03.’09. Un calo di 528 aziende (-0,56%, su una media lombarda di -0,47% e su quella nazionale di -0,64% ). Ripeto: c’è calo, ma non c’è tracollo.
E’ vero che la crisi è lunga e profonda, e che anche un solo mese pesa più che nel passato, ma questi segnali non sono da “effetto ’29“! Essi dovrebbero casomai far
riflettere sul riposizionamento che le aziende di ogni tipo stanno attuando, ovviamente a colpi di tagli occupazionali e salariali, in vista di riconversioni,
non di chiusure tout-court. Almeno per ora …
Questo lo abbiamo potuto osservare in prima persona in quella che rimane, fino ad ora, l’unica vertenza “seria”, cioè combattuta, della provincia: quella della S.
Pellegrino; dove un pesante intervento aziendale sull’organizzazione del lavoro e sulla flessibilità interna,aveva preso inizialmente la forma di mobilità secca per 282
lavoratori del Gruppo.
Sul versante occupazionale, mentre in Lombardia (dati CGIL di giugno) da gennaio a giugno ’09 ci sono stati 23.000 lavoratori licenziati ( N.B:: gli “atipici” non
rientrano nel conteggio, anche perché gran parte di loro è stata espulsa a dicembre 2008 ), che sono il 63% in più sullo stesso periodo del 2008, ciò che si nota è il boom delle casse
integrazioni. Più 381%, per un totale di 75.847.415 ore, sul 2008, scorporate in un + 615% di CIGO e un + 143% di CIGS.
I dati bergamaschi ,sempre di fonte CGIL, ci dicono che nel maggio appena trascorso le ore di CIGO sono state 1.375.923 contro le 108.147 del maggio 2008 ( + 1.200%
c.a.), mentre quelle di CIGS hanno raggiunto quota 818.569 contro le 189.486 ore dell’anno prima ( + 400% c.a.). I lavoratori coinvolti sono vicino alle 40.000 unità.
Dal momento che i precari, e molti immigrati sfruttati nel sottobosco del nero e del sommerso, non sono ritenuti degni neppure di essere contati…E’ sul largo uso fatto
finora degli ammortizzatori sociali che bisogna centrare l'analisi delle lotte, aggiungendovi pure le “ballerine” casse in deroga”, cioè i Fondi
versati da Regione e Governo per “sostenere”, male e temporaneamente, i lavoratori che non ne hanno diritto cioè quelli dipendenti dalle micro-imprese (totale di 1 miliardo e 641 milioni di euro,
bastanti, dicono, a coprire tutto il 2009 in regione).
Le grandi e medie fabbriche - fatta eccezione della già ricordata S. Pellegrino - sono come immobilizzate dal ricorso a
tavoletta della CIG, o, in casi più rari, dei “Contratti di solidarietà”, nonché dalla concertazione a 360° tra confederali, industriali, Enti locali ai vari livelli.
Tra l’altro le imprese, che i soldi li hanno, spesso accompagnano questi lunghi periodi di CIG con “concessioni” su ferie, permessi, 13° mensilità…anticipando i soldi della
CIG… e questo “è positivo”, dice lo stesso Mirko Rota, segretario generale della FIOM di Bergamo (“L’Eco” del 28.04.2009). Da notare anche che i lavoratori in mobilità, cioè i
licenziati,aumentano sì del 71,7% nel 1° trimestre del 2009 rispetto allo stesso periodo del 2008 (1949 contro 1135), ma mentre quelli delle piccole aziende ( dove si applica la legge 236/93)
quasi triplicano le loro perdite (da 530 a 1315, +148,1%), quelli soggetti alla mobilità ordinaria (legge 223/91) aumentano le loro di neppure tre decine (da 605 a 634 unità).
Molti cassintegrati, pochi licenziati, soprattutto nelle grandi realtà.
Senza considerare ovviamente i già citati precari - che però … non esistono… - e le numerose procedure in corso di cui parleremo.
Queste connotazioni della crisi sulla classe, in una provincia manifatturiera per eccellenza come quella di Bergamo, ci spiegano in gran parte il carattere delle lotte di
resistenza degli operai, che pur si producono :
Poco intense, scarsamente combattive, non collegate territorialmente tra loro, pronte a gettarsi sul meno peggio, completamente egemonizzate dai
confederali.
Mettiamoci pure nel conto, e non è secondario, che stiamo parlando di zone dove il lavoro quasi “pieno” degli anni passati, ha fornito una non trascurabile “riserva” in
strati significativi della nostra classe.
Ma come si dice il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Nella marea di cassintegrati (soprattutto metalmeccanici) ci sono singole realtà di per sé significative che
dicono da una parte cosa tocchi agli operai quando la volontà del padrone è liquidare l'azienda: dicono del vassallaggio confederale e della inanità truffaldina istituzionale. E dicono
infine, dall'altra parte che molte situazioni, per ora sospese, potrebbero,da qui a qualche mese, esplodere rovinosamente e perche no? in maniera salutare per la lotta di classe.
Protesta dei lavoratori della Comital di Nembro (settembre 2009)
Partiamo allora dalla vertenza che, per il nome della protagonista, le cartiere Pigna di Alzano Lombardo, ha fatto un po’ da apripista alle altre sue
simili. A gennaio, quando vengono annunciati gli esuberi, i lavoratori si mobilitano. Si sciopera e si manifesta nel paese. Poi l’azienda, dopo aver “scaricato” una cooperativa di pakistani senza
che CGIL-CISL-UIL si sognino di difenderli seriamente, firma nel mese di aprile un “Protocollo d’intesa” col Comune, i nuovi proprietari immobiliari ed i confederali. La Pigna sarà investita da
una riorganizzazione edilizia che prevede l’occupazione di 20.000 mq. in attività commerciali … la messa in CIGS di 130 lavoratori su 338 addetti, di cui 60 saranno riassorbiti in “altre
divisioni aziendali”, con riqualificazione. E per gli altri 70? Auguri … “faremo qui, faremo là” … ma il licenziamento è in agguato.
Poi la COMITAL di Nembro, ad un tiro di schioppo dalla Pigna. Azienda di qualità, che produce alluminio. Quando se ne annuncia la liquidazione (l’azionista
di maggioranza è il gran visir del PD ing. Carlo De Benedetti) si fanno anche qui degli scioperi … ma “rispettosi”, quasi in punta di piedi, senza far troppo casino … in attesa della Fata
Morgana: infatti, dopo la processione dei parlamentari, a maggio la fabbrica chiude … e di notte i lavoratori sognano che l’evocato “nuovo proprietario” assuma sembianze umane. Se CGIL-CISL-UIL
dicono che esiste ed è “molto serio” (parola di Masserini, della CGIL), c’è da credergli … Intanto qualcuno, dopo la chiusura, continua a lavorare per tenere in efficienza gli impianti, mentre
l’Accordo COMITAL (27.04.09) recita: CIGS a zero ore per 13 mesi applicata ai 97 dipendenti (pensate, il padrone voleva fermarsi ai 12 mesi: vittoria!). In più ci sono … gli incentivi per
andarsene mon Dieu!!!
Passiamo alla Franco Chiesa, catena commerciale d’utensileria. Il padrone intende buttare tutto all’aria, partendo dai 329 dipendenti che vuole dirottare in
CIGS per un anno, mentre si cerca anche qui il “nuovo proprietario”… e siccome far casino è controproducente (sennò il “nuovo” non compra), si indicono degli scioperi poco più che formali, un
presidio in centro città il 28.05.09, e si attendono tempi migliori. Con CGIL-CISL-UIL e tutto il campionario istituzionale.
Arriviamo così al caso della Frattini, di Seriate. Si mettono 194 lavoratori sulla via del licenziamento, dopo che la proprietà ha fatto richiesta del
Concordato Preventivo. Si aspetta la nomina del Commissario Giudiziale, al quale chiedere il pagamento degli ultimi stipendi, mentre si cerca - immancabilmente - l’acquirente. Scioperi in
fabbrica, qualche corteo in zona, per confluire poi in una manifestazione, partecipata e rumorosa, in Bergamo, davanti alla Confindustria (15.06.09). “Che ognuno faccia la sua parte” dicono
all’unisono sindacalisti, politici e amministratori … e si crei “un tavolo comune” per salvare la fabbrica.
Infine la Miti, di Zogno (Val Brembana): 70 licenziati, quasi tutte donne, perché il padrone a settembre de localizza in Ungheria. Sapete qual è il nodo che
appassiona tutti ? La quantità degli incentivi all’esodo, oltre allo “strappare” l’anno canonico di CIGS !
E non si può non citare, anche se di segno diverso ma non meno significativo, l’esempio della Bodycote, trattamenti termici e chimici di metalli, di Madone,
43 dipendenti. Qui il sindacato “esulta” alla proposta aziendale di affrontare la crisi coi “Contratti di Solidarietà”, cavallo di battaglia cislino, battezzato da subito come possibile “Accordo
pilota”. Esso prevede ovviamente una riduzione salariale, solo parzialmente integrata coi Fondi pubblici.
Episodi significativi - vissuti quasi tutti in prima persona dal nostro Gruppo - per agganciare lavoratori ad un progetto di collegamento territoriale delle lotte, su
obbiettivi unificanti di classe, al di là di come esse si manifestino nella contingenza.
Cerchiamo di inserirci in esse, ma con le nostre posizioni, non dando credito alcuno al collaborazionismo sfacciato delle burocrazie sindacali.
Anzi, noi riteniamo, a questo punto, che sia l’ora di sollevare la questione generale che di fronte alla chiusura di una fabbrica i lavoratori debbano
occuparla! E non fare le vittime designate dietro il carro dei sacerdoti del capitale. Il padrone deve capire dall’azione diretta e dall’autorganizzazione dei lavoratori che,
se chiude qualcosa di grosso ci perde! Altrochè gli incentivi alle aziende!
Qualcuno potrebbe ritenere questa posizione, da agitare e propagandare, assai staccata dal contesto sociale descritto all’inizio. Apparentemente è vero; ma essa va collocata
nella dinamica, prevedibile, di un vicino inasprimento dei contrasti di classe.
Quando i soldi della CIG non basteranno più, le fabbriche in crisi saranno di più, i lavoratori avranno subìto qualche cocente delusione in più …
Noi dobbiamo prepararci a questo senza impazienze, né scoramenti, né chiusure dogmatiche.
Non dobbiamo scadere nel codismo, malattia tipica non solo di chi ha poco di suo da dire o rimanda sempre gli appuntamenti, o non vuole mostrarsi … ma anche
di quelli così “sicuri” nelle loro “torri d’avorio”, da ritenere che non valga mai la pena di sporcarsi le mani.
Non dobbiamo rifugiarci nell'elitarismo, di quelli del “come noi non c’è nessuno”, di quelli che “han capito tutto” e non si accorgono che le masse non si
muovono “a comando”, e che non è vero che basterebbe togliere dai piedi qualche “traditore” perché esse esprimano automaticamente chissà quale “carica eversiva”.
Non dobbiamo impigrirci nel fatalismo, nell’attesa di un “ha da venì” che magari scalda un po’ i chierici dei “Sacri Testi”, ma che non fa compiere un solo
passo reale alla presa sociale dei rivoluzionari.
Dobbiamo intervenire, da rivoluzionari, su posizioni di classe, con coerenza e passione, in tutte le lotte di resistenza che la classe esprime: siano più o
meno “elevate”, più o meno “partecipate”, più o meno egemonizzate dagli opportunisti … Dobbiamo intervenire per dire la nostra, collegare lavoratori sensibili alla nostra attività ed alle nostre
proposte, per spostare in avanti il movimento reale. Non possiamo permetterci il lusso di ritenere che, se il movimento reale non ci piace … peggio per lui!
Se la classe - e con essa qualche organizzazione classista - riesce ad esprimere punte più elevate di lotta in particolari situazioni … evviva! Dovere di ogni compagno è
dare il suo personale contributo e socializzare gli insegnamenti della lotta. Ma nessuno si ritenga, per questo, depositario di chissà quali “verità” politiche e sociali al punto di non valutare
col necessario equilibrio la situazione generale, a partire dall’attenta osservazione di esperienze magari diverse.
Troppo spesso tra compagni, che hanno in fondo comuni ed importanti punti di riferimento, ci si imballa sugli “a priori” che, oggi più di ieri, dimostrano
solo la nostra impreparazione.
Il nostro Gruppo di Bergamo sta cercando di raccogliere forze in questo movimento reale, per ora completamente controllato dai sindacati
collaborazionisti.
Nelle manifestazioni pubbliche delle fabbriche investite dalla crisi noi vediamo la quasi totalità dei lavoratori sfilare dietro le bandiere di CGIL-CISL-UIL.
Ce ne stiamo a casa?
Puntiamo su qualche “descamisado” per compiere “clamorose” azioni di protesta?
Oppure entriamo in un bar e, seduti ad un tavolino da 4 posti, ci mettiamo a discutere se ci vogliono le “nazionalizzazioni” con o senza “l’esproprio” ed il “controllo
operaio”?
Penso che qualcuno, vedendoci, potrebbe forse dubitare che ci stiamo espropriando il cervello con le nostre mani … e senza indennizzo!!!
Stiamo facendo i conti con realtà di “vecchia” sindacalizzazione, consolidata per molti versi, anche ovviamente nelle sue ruggini opportuniste. Certamente, ora molti canoni
stanno saltando, e salteranno di più … ma come non valutare il peso enorme della zavorra lavorista e del cattolicume ipocrita e pietista che paralizza - nelle condizioni date -
gli operai di queste lande?
Dunque: stare pronti - essere attivi - non rinchiudersi nei settarismi identitari - utilizzare ogni occasione per far uscire contatti qualificati.
Il vecchio dilemma “dentro” o “fuori” i sindacati collaborazionisti, è superato. Rimane sfizio identitario di piccoli gruppi che faticano ad uscire dalla loro logica. Si
possono avere, se occorre, tre tessere sindacali, o nessuna tessera. Non è questo il problema. Il problema è essere dentro, ben dentro, tutte le realtà in cui i lavoratori
rompono l’involucro della passività e approntano azioni di resistenza alla crisi. Noi sappiamo dove li conduce l’opportunismo, ma dev’essere l’azione di chiarezza e di contrasto sul
campo a far prospettare loro l’esigenza di rompere con le burocrazie filo-padronali e sperimentare la lotta per l'autorganizzazione.
E' un processo, non "a priori". Processo che deve fare i conti con le dinamiche della lotta di classe in questa crisi.
Altrimenti corriamo il rischio di riprodurre sul terreno, diciamo così, “economico”, quel meccanicismo determinista, e settario, che non ha mai schiodato i bordighisti (ed i
loro derivati) dalle loro sterili prediche programmiste.
Se poi ci sarà “accelerazione vertiginosa” delle lotte, le valuteremo. Oggi non è così, e sfido chiunque dimostrare il contrario; a meno di non scadere nel romanticismo
popolare che serve a nulla.
Ciò non impedisce, ovviamente, che qualche situazione possa “scappare di mano” e darci anche l’opportunità di dirigere lotte reali. Ripeto: ben vengano, ed alta
considerazione, e collaborazione, ai compagni direttamente coinvolti. A patto che non si scambino situazioni o settori più permeabili con una escalation generalizzata della lotta di
classe.
La quale, di per sé, sarebbe una condizione importante per lo sviluppo del partito rivoluzionario, ma noi sappiamo che dobbiamo lavorare nella classe senza legarci mani e
piedi alle “mitiche scadenze” ... Sì, il “Che fare?” non va messo in soffitta. Bisogna certamente superare la separazione manichea tra “lotta economica” e “lotta politica” e la visione
unilaterale che la coscienza debba per forza essere un prodotto “esterno” dalla classe. Questo però non significa che non si debba più distinguere l’ambito economico (“il più
largo possibile”) attraverso cui collegarsi alle masse, e quello politico, più propriamente selettivo, militante e, perché no, organizzativo.
Il rischio? Creare degli ibridi che fanno settarismo economico credendo di fare chiarezza politica e che, per converso, “largheggiano” in politica credendo, in cuor loro, di
poter ottenere dalla “lotta economica” quell’omogeneità che essa invece non può dare.
Molti anni fa, assistetti ad una discussione tra un dirigente di “Lotta Comunista”, ora scomparso, Sergio Motosi, e l’allora dirigente di “Avanguardia Operaia” Massimo
Gorla. Il primo, ribattendo alla posizione di A.O. che riteneva che il partito rivoluzionario dovesse essere presente “dappertutto”, riprendeva proprio il “Che fare?” e la più generale concezione
leninista, secondo cui “il partito rivoluzionario è nei punti che contano, e qui si rafforza”. La tesi di Gorla era foriera di un elettoralismo prossimo venturo, quella di Motosi era invece
ancorata ad una visione rivoluzionaria della dinamica delle classi in lotta.
Aveva ragione Motosi. Con delle aggiunte che però mi permetto di fare, a distanza di quasi quarant’anni: 1) il partito rivoluzionario non può essere, nelle lotte, mai
“esterno” e, meno che mai, “estraneo”, alla classe, ma ben “dentro”; 2) bisogna intendersi su cosa sono, oggi, “i punti che contano” … non certo i posti nei Direttivi di un corpaccione bolso e
corrotto come la CGIL; 3) oggi siamo costretti a discutere sulla costruzione di un partito radicato nei distretti e sul territorio, più che nelle “cittadelle operaie” che ci hanno tolto di mano.
Fermo restando che la “passione per la teoria” non può sostituire quella “passione per gli uomini” che, di per sé, è scevra da ogni dottrinarismo formalista, sterile e autoritario.
Qualcuno ricorderà l’enorme impressione che suscitarono - a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 - le lotte dei minatori inglesi contro le chiusure decretate dalla Thatcher.
Furono lotte durissime, con scontri ripetuti, protratte nel tempo, partecipatissime.
Molti, nel nostro campo, videro in esse l’inizio di un nuovo ciclo di lotte, addirittura “rivoluzionarie”, contro le ristrutturazioni ed il liberismo. Ma esse, invece di
aprire, chiudevano in realtà un ciclo.
Cominciamo allora a capire, una volta per tutte, che nessuna crisi capitalistica sarà così “catastrofica” da esimere i rivoluzionari da un lavoro intelligente e tenace di
penetrazione nella classe, in tutte le sue stratificazioni.
Gruppo lavoratori precari e disoccupati Bergamo
