Recensione del libro:
"Guido Caccia, L’altrocomunismo nella Rivoluzione russa. Opposizioni Rivoluziona-rie nella Russia Sovietica 1917-1921, Quaderni di Pagine Marxiste, Milano, 2009"
Poche, ma sentite parole. È questo il commento che viene spontaneo fare leggendo il libro di Guido Caccia. Con «poche, ma sentite parole»
(134 pagine, accompagnate da una sintetica ma assai significativa documentazione), l’autore affronta una delle più dilanianti questioni del Novecento, l’involuzione della rivoluzione russa.
Sull’argomento esiste una vastissima bibliografia, nella quale, uttavia,
prevalgono criteri e giudizi spesso viziati da orientamenti politici, ancorché sottesi. Caccia ha il merito di andare alla radice; prende di petto gli episodi critici che, fin dall’inizio,
pregiudicarono lo sviluppo del processo rivoluzionario socialista, evitando sia estemporanee giustificazioni sia altrettanto estemporanee recriminazioni.
Il momento culminante dell’involuzione fu l’insurrezione di Kronstadt del marzo 1921, che spaccò il movimento operaio rivoluzionario: da una parte, le tendenze comuniste più o meno vicine alla
Terza Internazionale; dall’altra, le tendenze di ispirazione anarchica, libertaria e comunistaconsiliarista, che con l’Internazionale comunista ebbero brevi e tribolati contatti.
Con sfumature più o meno accentuate, la variopinta casa marx-leni-
sta ha sempre cercato di giustificare la repressione di Kronstadt, in nome di un oggettivismo, che nulla ha da invidiare con la borghese Ragion di Stato [1].
Con il passare degli anni, è prevalsa una rimozione, che denuncia quanto l’episodio sia stato lacerante.
Emblematico è l’atteggiamento di un marxista altrimenti impietosa- mente critico, lucido e disincantato, come Amadeo Bordiga che, a di- stanza di 36 anni, definì «misteriosi» i fatti di Kronstadt
[2].
Ammesso e non concesso che, se i fatti di Kronstadt potevano essere «misteriosi» nel 1921 per i compagni italiani, non altrettanto «misteriosi» dovevano
essere nel 1957-1958, quando sul periodico
«il programma comunista» apparve la prima stesura della Struttura economica e sociale della Russia d’oggi. Non tanto perché allora era disponibile una discreta documentazione che «svelava» i
«misteri» di Kronstadt, ma perché i compagni della Sinistra comunista avevano raggiunto un livello politico-teorico che avrebbe dovuto evitare certe «ingenuità», per non dire altro.
Sul versante opposto, troviamo le correnti di ispirazione anarchica, libertaria e comunistaconsiliarista (lo ribadiamo, allora, come oggi, parte integrante del movimento proletario
rivoluzionario), che indivi- duano la causa dell’involuzione in fattori prettamente soggettivi, ossia nel concetto di Partito, come sostenne in modo esemplare Otto Rühle, con il suo La
rivoluzione non è un affare di partito (1920) [3], non esitan- do poi a definire il bolscevismo «fascismo rosso».
Caccia, venendo al dunque, sostiene che l’involuzione si manifestò su- bito, all’indomani della presa del potere (Ottobre 1917), quando il par- tito comunista si distaccò dalla classe operaia, di
cui doveva esserne «l’organo». Distacco causato dalla stessa situazione oggettiva, nessu- no lo nega, ma che invece di essere contrastato, fu invece legittimato sul piano soggettivo, «facendo di
necessità virtù», come disse Rosa Luxemburg, già nell’ottobre 1918 [4]. Sorse allora l’illusione che il Partito potesse essere l’arbitro del serpeggiante scontro tra un debole proletariato e una
borghesia risorgente, grazie alla ripresa di quei rapporti di produzione capitalistici, che mai erano stati superati in Russia.
Seppure alla lunga, nel 1989, fu la borghesia ad assorbire il Partito e i suoi pletorici apparati.
Come vediamo, al centro dell’attenzione, si pone il rapporto partito-classe che, dall’Ottobre 1917, ha subìto una notevole trasformazione, sull’onda dell’evoluzione del modo di produzione
capitalistico.
Sul piano politico, questa evoluzione ha superato le fasi di transizione legate alla questione agraria [5], che allora erano cruciali nella strategia dei partiti operai socialisti e che
determinarono le stimmate giacobine del partito bolscevico. Ma sarebbe riduttivo trovare una spiegazione solo nella questione agraria, dal momento che, anche in questo campo, la soluzione
«leninista» si è scontrata con le diverse prospettive, avan- zate soprattutto dagli anarchici, alle quali Caccia dedica un vigoroso capitolo, I comunisti libertari nella rivoluzione russa. Tali
prospettive, pur partendo dalla campagna (la Makhnovshchina), investivano poi aspetti complessivi di gestione, o meglio di autogestione, del potere, ossia dell’amministrazione della cosa pubblica
(la Comune), della pro- duzione e della distribuzione [6].
Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti e oggi la conquista e la gestione del potere assumono connotazioni assai differenti, anche se alla base permane, con accresciuta emergenza, il
medesimo obiettivo, il comunismo.
Oggi, la questione agraria si è risolta nel processo di accumulazione capitalista, cui deve essere ricondotta, e, di conseguenza, è del tutto marginale l’alleanza degli operai con i contadini,
che allora condizionò pesantemente non solo la Rivoluzione russa ma anche la strategia dei partiti comunisti, passando da Gramsci a Mao Zedong...
Oggi, il partito comunista è squisitamente proletario, anche se resta da definire cosa si intende, oggi, per «proletario», concetto in cui confluiscono il «vecchio» operaio «blue collar», il
lavoratore precario e chi nel processo produttivo non entrerà MAI, dal momento che nasce già espropriato di ogni futura prospettiva esistenziale. Nella sostanza, oggi il partito comunista non
deve «mediare»con strati sociali precapi- talistici, il suo «compito» è la rivoluzione «pura», la rivoluzione comu- nista.
Ma le cose non sono assolutamente semplici. L’evoluzione del modo di produzione capitalistico ha accentuato la divisione sociale del lavoro, facendo proliferare gli strati sociali intermedi,
impegnati oggi in dila- ganti attività di «mediazione» nei diversi ambiti economici, soprattut- to nel settore terziario (con molte derive «criminali»). Non deve quindi stupire, che si sia
approfondita la scissione tra la «società civile», hegelianamente intesa (ossia il mondo dei «traffici e del lavoro») e la sfera politica (lo Stato), scissione che privilegia i mestieranti, i
fac- cendieri, gli esperti... In poche parole, la politica è nelle mani dei «professionisti» (un tempo gli intellettuali oggi i manager), concetto che, sull’onda di una «cattiva» lettura del
leniniano Che fare?, contri- buisce a far sì che, per molti, la rivoluzione resti ancora un «affare di Partito».
D.E.
1 Le poche voci sfuggite a questa logica sono spesso cadute in un im- potente democraticismo, come la Corrente Comunista Internazionale. Di tutt’altro spessore è la posizione assunta dal Partito Comunista In- ternazionalista - Battaglia Comunista, come riconosce Caccia, pur ri- levando alcune contraddizioni nel saggio di FRANCO MIGLIACCIO, Kron- stadt 1921. Analisi senza complessi di un sollevamento popolare nella Russia di Lenin, «Prometeo», serie IV, a. XXXIV, settembre 1981, p. 1. In generale, è prevalsa la «trista giustificazione», di cui fu antisegna- no Jean Bodin, cfr. LUCIANO PARINETTO, L’inquisitore libertino. Discorso sulla tolleranza religiosa e sull’ateismo, a proposito dell «Heptaplomeres » di Jean Bodin, Asefi Terziaria, Milano, 2002
2 AV.VV, Struttura economica e sociale della Russia d’oggi. Le grandi questioni storiche della rivoluzione in Russia. La Russia nella grande rivoluzione e nella società contemporanea, Edizioni il programma comunista, Milano, 1976, p.405. In un passo precedente, si afferma: «[...] quella tremenda [ribellione] dei marinai di Kronstad ove indub- biamente comunisti estremisti ed anarchici erano coinvolti [...]: la storia non ha tutti i materiali per giudicare un tale episodio.», p. 268
3 OTTO RÜHLE, La rivoluzione non è un affare di partito (1920), Edizioni G.d.C., Caserta, s.d. [1974].
4 Per inciso, ricordiamo che il PCInt.-Battaglia Comunista pubblicò lo scritto della Luxemburg nei primi anni Cinquanta, con un’introduzione di Onorato Damen, dal titolo Autorità e libertà. ROSA
LUXEMBURG, La rivoluzione russa, Edizioni Prometeo, Milano, s.d. [1956].
5 Cfr. VLADIMIR ILI’C LENIN, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, elaborato nel 1905; ora in VLADIMIR ILI’C LENIN, La rivoluzione del 1905. 1. La tattica dei
bolscevichi nella rivoluzione democratica, Edizioni Rinascita, Roma, 1949; poi in Opere Complete, vol. 9 [giugno –novembre 1905], Editori Riuniti, Roma,
1960, p. 9.
6 All’inizio del 1950, «Umanità Nova» pubblicò una serie di articoli dal titolo La rivoluzione sconosciuta, riguardanti in particolare la Makhnovshchina. I comunisti internazionalisti risposero
con due articoli fortemente critici ma contenuti entro i termini di un contrasto politico-teorico: Maknovismo e rivoluzione d’ottobre. Una messa a punto, «Battaglia Comunista», a. VI, n. 9, 4-19
maggio 1950, p. 3 e La rivoluzione d’ottobre e gli anarchici, a. VI, n. 11, 1-14
giugno 1950, p. 3.
