Uno studio comparato sulle politiche d'accoglienza e sui contratti di integrazione

25 giugno 2008

Politiche di "accoglienza": Olanda, Francia e Regno Unito

Ques'articolo è basato sullo studio comparato effettuato da Virginie Guiraudon, professoressa di Scienze Politiche e Sociali dell’European University Institute e pubblicato nel sito del Real Instituto  Elcano (http://www.realinstitutoelcano.org).

 

Il contratto di integrazione

 

Il termine  “contratto” indica sia i diritti sia i doveri dell’immigrato, fra cui l’obbligo all’integrazione. Tutti i contratti prevedono “corsi di integrazione” e  “percorsi verso la cittadinanza” ed hanno in comune il fatto di considerare l’integrazione come un processo individuale del quale ciascun immigrato è responsabile (soprattutto nel proprio  inserimento nella società e nel fare in modo di non essere più un “peso” per il Welfare). L’idea di creare i “contratti di integrazione” deriva da un rapporto olandese del 1989 del  Consiglio Scientifico per la Politica Governamentale (WRR) che cercava soluzioni politiche allo stato di  disoccupazione di lunga durata di alcuni gruppi di immigrati. Nel rapporto si poneva come elemento necessario da parte degli immigrati, la conoscenza della lingua del paese ospitante.Sono 11 i paesi europei che hanno dato vita a questi contratti: Svezia, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi, Belgio, Francia, Regno Unito, Estonia. In Germania ci sono corsi obbligatori di integrazione e la Svezia ha approvato una legge sulla immigrazione che è entrata in vigore il 1° gennaio 2008.In questi paesi, le classi politiche al potere erano convinte che gli immigrati mettessero in pericolo il buon funzionamento del Welfare data la loro totale dipendenza alle prestazioni sociali, atteggiamento visto da alcuni come un vero e proprio  “Campanilismo dello stato sociale”.

 

1.1 Olanda: corsi di integrazione civile e loro evoluzione

 

In Olanda le “politiche sulle minoranze” degli anni Ottanta centrate sul multiculturalismo, il trattamento egualitario, la integrazione legale e politica degli immigrati, vennero abbandonate negli anni Novanta perché secondo alcuni assessori si dava troppa enfasi alle differenze culturali con il risultato che gli stranieri che seguivano questi corsi, non conoscevano sufficientemente  le tradizioni e le abitudini olandesi. Da qui, i nuovi corsi di integrazione civica (Inburgeringscursussen) che prevedevano lezioni di olandese  e informazioni riguardo gli aspetti sociali dell’Olanda. Nel 1998, la legge WIN (Wet Inburgering Nederland) trasformò questi corsi di integrazione civica in una politica di accoglienza a livello nazionale e il tema dell’immigrazione divenne così parte del dibattito politico. Dal 2000 in poi seguirono pareri sempre più contrari riguardo il multiculturalismo, fino all’inasprimento dell’opinione pubblica in seguito all’11 settembre del 2001. L’assassinio di Theo Van Gogh è stato interpretato dai politici e dai mass-media come  l’insuccesso della politica di integrazione olandese. Nel 2002 si pensò ad una nuova politica d’integrazione: cambia il dicastero competente, dal Ministero degl i Interni al Ministero della Giustizia e cambiano anche i percorsi di integrazione che gli immigrati devono seguire. La “politica del nuovo corso” entrata in vigore nel 2006 (Wet Inburgering in het buitenland) prevede infatti che i potenziali immigrati debbano seguire un corso d’integrazione (il materiale costa 64 dollari) e affrontare un esame di lingua, cultura e società olandese  (dal costo di 350 dollari) nel loro paese d’origine, prima ancora di partire per l’Olanda. Una volta ottenuto il visto, gli immigrati possono fare domanda per il permesso di soggiorno temporaneo (430 dollari) o per quello permanente (850 dollari). Una volta arrivati in Olanda, essi devono frequentare altri corsi di educazione civica per poter rinnovare il permesso di soggiorno. Dal 2007 questi corsi sono completamente a carico degli immigrati, i quali non vengono neppure più indirizzati ma devono capire da soli dove e quando ci saranno i corsi di integrazione. Il rimborso (previsto solo per il 70% della spesa) è possibile solo se gli immigrati superano l’esame di educazione civile. I cittadini statunitensi e australiani sono gli unici stranieri esenti dall’obbligo di frequentare corsi e fare l’esame.

 

1.2 Francia: il contratto di accoglienza e di integrazione

 

La Francia fu uno dei primi paesi a convertire la politica di immigrazione in una vera e propria politica di accoglienza. Sin dagli anni Ottanta l’immigrazione è stata una tematica presente nel dibattito politico. Nel 1991 si creò l’Alto Consiglio per l’Integrazione, un organismo consultivo che definì l’integrazione come una forma “ ;di agevolazione della partecipazione attiva nella società…” di tutti gli immigrati. Durante le elezioni politiche del 2002 si ha l’idea di istituire  il contratto di integrazione (Contrat d’accueil et d’intégration)che assumerà carattere obbligatorio in seguito a una legge del 2007. Secondo questo contratto di integrazione, l’immigrato è tenuto al  rispetto dei  valori francesi quali ad esempio la separazione fra Chiesa e Stato o la parità fra uomo e donna. L’osservanza di questi obblighi è indispensabile per il rinnovo del permesso di soggiorno da parte della prefettura. Il contratto viene spiegato agli immigrati durante una sessione della durata di mezza giornata. In questa sessione sono previste la proiezione di un filmato dal titolo “Vivere in Francia”, un colloquio individuale e un controllo medico. Il filmato spiega il funzionamento delle varie istituzioni in Francia. Il colloquio avviene  per testare il livello di conoscenza della lingua francese da parte di ciascun immigrato, per individuare le sue esigenze lavorative   e  le possibilità di ottenere aiuti per l’affitto di una casa. Se la conoscenza del francese dovesse dimostrarsi inadeguata, sono disponibili fino a 400 ore gratuite di corsi di lingua (a cura della  Anaem, Agenzia Nazionale per l’Accoglienza degli Stranieri e Immigrazione). Al termine di questi corsi, gli immigrati dovranno sostenere un esame per ottenere il diploma di “principiante di francese”. La differenza principale fra contratto francese e contratto olandese è che il primo è gratuito e non a carico dell’immigrato come accade invece nei Paesi Bassi. In Francia, sono esenti dal contratto d’integrazione gli immigrati provenienti dai paesi dell’Unione Europea. Il contratto in Francia non è ancora vincolato alla cittadinanza come invece accade per il contratto di integrazione britannico.

 

1.3 Regno Unito: il cammino verso la cittadinanza

 

Il 28 febbraio del 2008 il Regno Unito ha lanciato un nuovo programma di immigrazione che prevede: la creazione di un percorso , di tre fasi, verso la cittadinanza (The Path to Citizenship); la negazione delle prestazioni sociali verso gli immigrati che hanno già ricevuto la piena cittadinanza; l’obbligo degli immigrati a dimostrare la conoscenza della lingua inglese e a contribuire ad un fondo destinato alla gestione dell’immigrazione e infine la possibilità di rendere più semplice in percorso verso la cittadinanza inglese per gli immigrati che avessero avuto esperienza di volontariato nelle loro comunità locali. Il percorso (The Path to Citizenship) include un “periodo di prova” durante il quale gli immigrati devono dimostrarsi parte attiva&n bsp; nel loro contributo al Regno Unito. In caso contrario, gli immigrati dovranno abbandonare il paese. Tale “periodo di prova” risulterà di durata maggiore per gli immigrati colpevoli di reati minori. Il programma di immigrazione britannico rispecchia le parole del Primo Ministro Gordon Brown, il quale ha dichiaratocce “la cittadinanza […] deve consistere nell’accettare attivamente il contratto per il quale, in virtù delle responsabilità assunte, si guadagna il diritto alla cittadinanza” . La prima legge sulla nazionalità, immigrazione e asilo è stata realizzata nel 2002 ed entrata in vigore nel 2005. Secondo il testo del provvedimento, la cittadinanza sarà acquisita se l’immigrato supera l’esame “La vita nel Regno Unito” e  dimostra di saper parlare inglese, gallese o scozzese. Il programma d’integrazione inglese è uno dei più sever i in Europa. Fra essi ricordiamo il programma austriaco che addirittura prevede sanzioni quando non si rispettano il termini del contratto: ad esempio se l’immigrato non riuscisse a completare il programma d’integrazione durante il suo primo anno in Austria, il permesso di soggiorno gli sarà valido solamente per un anno e non potrà più godere degli aiuti statali, che gli verranno ritirati progressivamente. Se passeranno altri 4 anni senza aver completato il programma, l’immigrato potrà essere espulso con l’accusa di non voler integrarsi nella società austriaca.

 

Contratti di integrazione e normativa comunitaria

 

Per quanto riguarda la normativa comunitaria, nel novembre del 2004 il Consiglio Europeo ha adottato i “Princìpi Basici Comuni per la Politica di Integrazion e nella UE” (documento del Consiglio 16054/04). Il quarto principio base stabilisce che la “conoscenza base della lingua della società di accoglienza, della sua storia e delle sue istituzioni è indispensabile per la integrazione; semplificare agli immigranti la acquisizione di questa conoscenza di base è essenziale per una integrazione piena e completa”. Dato che il primo dei principi basici definisce la intergrazione come un “processo […] di reciproco adattamento” e che il secondo afferma che “la integrazione implica il rispetto dei valori di base della UE”  la Unione Europea legittima i contratti di integrazione e l’insegnamento dei "valori" comuni a tutti i paesi membri.

 

Messe da parte le differenze fra i vari contratti, rimangono  parecchie zone d'ombra sull'effettiva funzionalità delle politiche di integrazione. La prima questione riguarda i contenuti dei programmi: bisogna definire cosa si intende per “valori” insegnati nei corsi, che l’immigrato è tenuto a rispettare. Da quel che risulta alla prova dei fatti, è che gli immigrati sono sottoposti a  vere e proprie campagne nazionaliste. E' a questa posticcia esaltazione patriottarda alla quale gli immigrati si devono piegare per poter restare nei paesi ospiti (un esempio, nel filmato “Vivere in Francia", alla cui visione vengono sottoposti gli immigrati, quale “valore” dovrebbe essere assimilato dalla scena in cui aerei militari volano sopra l’Arco di Trionfo il 14 di luglio?).    Inoltre, le conoscenze fornite dai corsi sono in grado di dare reali possibilità di lavoro all’immigrato? Nonostante queste politiche di "integrazione" gli immigrati continuano o a lavorare in nero o ad essere disoccupati. Terza questione, dato che di “contratto” si parla, quindi un atto giuridico che si presume stipulato da due soggetti giuridici, osserviamo che se l’immigrato è tenuto a rispettare la società del paese "ospite", anche la società "ospitante" dal suo canto dovrebbe rispettare l’immigrato. Nessun contratto menziona questo aspetto. Quarta questione: perché se i termini del contratto non vengono rispettati, la maggior parte delle volte, viene data la colpa al solo immigrato, il quale viene accusato di non volersi integrare e minacciato quindi di rimpatrio immediato? Perchè la responsabilità della non integrazione deve ricadere solo su di lui e non sulla società che è il reale ostacolo ad un'effettiva integrazione degli immigrati? Ultima osservazione: perché creare immigrati di serie A, esenti dai corsi d’integrazione e immigrati di serie B verso i quali la burocrazia sta col fiato sul collo?
La questione dell'immigrazione è una questione di classe, della nostra classe, quella salariata.  Solo partendo da questa considerazione è possibile vedere e capire il fenomeno fuori dalle ideologie che ci propugna il padronato funzionali allo sfruttamento e alla divisione dei lavoratori.


 

 

                Rielaborazione e traduzione dallo spagnolo di W. (scintilla)